La bellezza salverà il mondo (Dostoevskij)
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VIVERE INSIEME
INTRODUZIONE ALLE CULTURE COMUNITARIE
VIVERE INSIEME
REPORTAGE DA AUROVILLE
<b>REPORTAGE DA AUROVILLE </b>




La Comunità di Adventure di Auroville

Adventure è una Comunità intenzionale, nel senso che raggruppa un numero di persone che hanno deciso di condividere uno spazio e un tempo sia fisico che spirituale.
È situata nella cosiddetta Green Belt di Auroville, la cintura verde dedicata al rimboschimento, all'agricoltura, al verde.  Nonostante ciò è molto vicina al centro della township Auroville, al Matrimandir, al Visitors' Center, alla Solar Kitchen, inoltre contigua al villaggio Tamil di Edyanchavadi e attigua alla Udavi School, la prima scuola di Auroville (in senso temporale).
Fisicamente viviamo in alloggi chiamati "capsule", abitazioni tradizionali di questa zona, fatte di legno con il tetto di foglie di palma o cocco, aperte ai quattro lati con portelloni triangolari, in qualche caso
Continua...

IL DONO DEL VECCHIO RABBINO
IL DONO DEL VECCHIO RABBINO
Il “Dono del vecchio rabbino” racconta la storia di un monastero in decadenza nel quale vivevano quattro anziani monaci e l’abate i quali erano molto preoccupati per la fine del loro ordine monastico.
Nei boschi intorno al monastero si trovava una capanna usata ogni tanto come eremitaggio da un rabbino.
Dopo anni di preghiere, contemplazioni e meditazioni, il gruppo dei monaci aveva sviluppato una certa sensibilità e percepivano la presenza del rabbino quando era presente nella capanna-eremo.
L’abate, afflitto e addolorato per la situazione difficile del suo monastero decide di chiedere consiglio al rabbino.
Continua...
ESPERIMENTI GIAPPONESI PER NUOVE GENERAZIONI
ESPERIMENTI GIAPPONESI PER NUOVE GENERAZIONI di Lex Veelo

La conferenza internazionale sugli ecovillaggi è stata una meravigliosa opportunità per conoscere realtà in Giappone che intendono attuare progetti per la creazione di ecovillaggi. Ci era stato detto che la gente in Giappone un tempo aveva un forte senso della comunità nei loro migliaia di villaggi rurali e nei quartieri cittadini. Avevano anche un antico e sacro, senso di comunione con la natura, in particolare con gli alberi e con le foreste. Il Giappone infatti è ancora oggi riuscito a conservare il 66% della loro nazione insulare con la foresta, che rappresenta una cifra impressionante se si considera che la forte pressione di cancellare le foreste per ottenere aree coltivabili sempre maggiori ed alimentare la popolazione in aumento.
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AUTOCOSTRUZIONE, AUTOSOSTENTAMENTO, AMBIENTE


Valorizzazione dei territori marginali e abbandonati, bassi costi di acquisizione degli immobili, valorizzazione sociale e individuale per discutere e prendere decisioni, equiparazione del capitale e del lavoro, costi di gestione contenuti, gestione delle risorse in loco per il fabbisogno energetico, riduzione dei consumi, diminuzione della dipendenza dal denaro e dal sistema globalizzato, gestione comune e condivisione delle risorse, autosufficienza alimentare ed energetica, autocostruzione degli edifici, processo decisionale partecipato, risoluzione dei conflitti, educazione olistica: sono questi i principi fondamentali che accomunano gli ECOVILLAGGI. Non un miraggio nel deserto, ma un modello sociale visibile e aperto, centro di vita quotidiana, di educazione e cultura, di attività produttive “rinnovabili”. Ad entrare nel merito di questo atipico progetto che trova da tempo consenso nel mondo è l’architetto Maria Luisa Bisognin, esperta a livello nazionale, per quanto riguarda costruzioni in materiale vegetale, Permacultura, progettazioni di aree rurali, ecovillaggi. Suo il progetto “LA CASA COLTIVATA”: sistema costruttivo che impiega legno di canapa negli elementi portanti, seguendo i principi della Bioedilizia ecosostenibile e della riduzione del consumo energetico (riciclaggio dell’acqua, fitodepurazione, produzione di biogas e tecnologie solari). Attualmente sta lavorando nell’ecovillaggio di nuova fondazione “Correlli” (PO) per l’ASSOCIAZIONE BASILICO.

Comunità ed Ecovillaggi: una filosofia di vita, una scelta ponderata, una moda o una fuga dalle città?
Decisamente una scelta ponderata, se ci riferiamo al cosiddetto primo mondo, una diversa opportunità per “i paesi in via di sviluppo” che, forse, hanno tanto da insegnare. Gli ecovillaggi sono piccole comunità di persone prima di tutto. Dove si integrano solidarietà sociale e pratiche ecologiche. Sono modelli insediativi che sperimentano modi di abitare proteggendo i sistemi viventi, coltivando la crescita personale e mirano all’autosostentamento, mediante autoproduzione, scambio e rete. Gli ecovillaggi sono un nuovo movimento internazionale.

Ecovillaggi nel mondo e in Italia...quali le differenze sostanziali?
Tra i singoli ecovillaggi vi sono differenze sostanziali. Non sono tanto le peculiarità del luogo che distinguono un ecovillaggio, quanto le persone che lo costituiscono, oltre ai diversi modi di raggiungere gli obiettivi di sostenibilità e di società di quel grup-po, in quel luogo. Ogni gruppo ha una sua specifica finalità fondante che spazia dall’impronta spirituale alla formazione, alla valorizzazione del singolo.

Hanno cominciato a fondarsi consapevolmente negli anni ‘60 in Australia e negli Stati Uniti ma si sono diffusi in tutti i continenti. Da allora sono in continua crescita numerica ovunque. In Italia se ne possono contare una trentina, tra piccoli e grandi. Il più popoloso è Damanhur, nel Canavese, che conta circa 700 adulti stabili, mentre il più piccolo conta solo 4 residenti adulti più i bambini. In Europa la loro diffusione è più rilevante nel nord: Germania, Danimarca, Olanda, Gran Bretagna. Qui troviamo gli ecovillaggi storici europei, molto attivi e popolosi: Zegg in Germania e Findhorn in Scozia. Ma, sorprendentemente gli ecovillaggi di riferimento mondiale stanno in paesi poveri, come Senegal e Shiri Lanka.

Alcuni portano con sé le esperienze utopistiche dei secoli passati o gli insegnamenti di grandi personaggi come Gandhi, alcuni sono prettamente ecologisti, altri ancora prettamente spirituali. La maggior parte degli ecovillaggi sono in comunicazione attraverso una grande rete mondiale, anche attraverso il web, che si chiama GEN: Global Ecovillage Network, divisa per continenti. Quella Europea è www.gen-europe.org.

Negli Ecovillaggi cosa si presuppone in termini di regole e quanto incide la formazione?
Difficile generalizzare perché ogni ecovillaggio si dà proprie regole. Alcuni sono piuttosto chiusi, per conservare la propria integrità, altri sono più aperti e accettano visitatori o ospitano persone interessate a fare un periodo di esperienza. In un ecosistema ogni qualvolta s’introduce un nuovo elemento tutto il sistema cambia perché le relazioni del nuovo elemento con quelli esistenti si ripercuote sul tutto, così è per gli uomini, sia nella piccola sia nella grande dimensione.

Così negli ecovillaggi, ogni volta che un nuovo individuo chiede di andare ad abitare lì tutti i residenti devono essere d’accordo. Vi sono, invece, principi etici che accomunano tutti gli ecovillaggi del mondo. I principali sono: valorizzazione dei territori marginali e abbandonati, valorizzazione sociale ed individuale per discutere e prendere decisioni, equiparazione del capitale e lavoro manuale o intellettuale, riduzione dei consumi e del fabbisogno di denaro, l’autosufficienza alimentare ed energetica ove è inclusa anche l’autocostruzione per i bisogni abitativi.

Va da sé la necessità di formarsi, o meglio, di autoformarsi per far fronte alle proprie necessità, come ad esempio metodi naturali per la coltivazione quindi per il fabbisogno alimentare, la preparazione di beni di consumo in casa (saponi, detersivi, cosmetici, rimedi naturali) e, punto fondamentale oltre la produzione di cibo, l’autocostruzione per le esigenze abitative.

A Corricelli, un ecovillaggio in formazione nei Monti della Calvana (PO) si è scelto di costruire piccoli manufatti temporanei in materiale vegetale che servono da pre-insediamento. In questo modo i futuri abitanti possono stare sul posto con una certa comodità, prendendosi il tempo di “entrare in punta di piedi” nell’ecosistema della valle, ponderando attentamente le azioni da mettere in atto e i tempi di realizzazione. C’è una palafitta polifunzionale, una capanna in balle di paglia, un compost toilet e una doccia. Sulla proprietà hanno un caseggiato ormai ridotto a rudere che sarà recuperato utilizzando la bioclimatica, il recupero dei materiali sul posto, lo sfruttamento dell’energia solare ed eolica.

Invece della baracca di cantiere sarà realizzata una capanna in castagno tagliato sul posto, questa costruzione sarà oggetto di un corso imminente sulla carpenteria ad incastro con un valente maestro carpentiere trentino. L’esperienza servirà per il recupero degli edifici. Un’altra capanna sarà oggetto di una mia sperimentazione di costruzione con polloni di castagno.

Gli Ecovillaggi possono essere una risposta per una nuova pianificazione urbanistica del territorio?
Direi che lo sono già nella fase attuattiva degli strumenti urbanistici. Il caso più emblematico lo troviamo in Toscana dove, a seguito della nuova ondata di leggi regionali sulla gestione del territorio sono stati redatti PTCP di grande interesse, come quello per la Provincia di Prato a firma di Alberto Magnaghi o il piano per il Chianti fiorentino di Paolo Baldeschi, che per altro ha vinto un ambito premio europeo. I PSC appena adottati, e quelli in via di redazione, debbono necessariamente recepirne le indicazioni ed attuarle concretamente, cosa molto difficile per le amministrazioni locali se non incontra la volontà dal basso, cioè dai cittadini stessi, e il sostegno di validi urbanisti. Un bell’esempio di PSC è quello per Pienza di Giorgio Pizziolo.

In che modo? Quali le peculiarità?
Traducendo in termini prescrittivi e premianti azioni volte alla sostenibilità ambientale, all’aggregazione sociale, alla protezione dei sistemi ecologici, alla protezione del mercato locale. Minimizzando la speculazione edilizia e l’accentramento abitativo lungo le arterie stradali, cercando il più possibile di mantenere ed incrementare un tessuto sociale distribuito, evitando di adottare lo zooning sul territorio quando questo metodo (lo abbiamo vissuto sulla nostra pelle) ha snaturato le nostre città nei decenni passati, ed ora non siamo più in grado di gestirle efficacemente e ne subiamo le conseguenze quotidianamente.

Cosa si intende per CASA COLTIVATA e in quale contesto geografico è possibile attivarla?
La “CASA COLTIVATA” è il nome che ho dato ad un sistema costruttivo innovativo che impiega legno di canapa al posto del legno di alberi. Da molti anni mi occupo di canapa e spesso la maneggio, così mi sono resa conto che poteva essere un materiale da costruzione eccezionale. In bioedilizia si dovrebbe tendere all’uso del materiale del luogo ma per la costruzioni di tetti e solai si usa il legno, la casa coltivata trova un senso ecologico nelle aree a prevalenza agricola che non hanno più boschi da anni, come la pianura padana, quindi posso coltivare il materiale che mi serve, da cui il nome. La canapa è una pianta che cresce un po’ ovunque, quindi i contesti geografici sono quelli ove la pianta può essere coltivata e nei quali non vi sia la possibilità di approvvigionarsi di legno da costruzione.

Lei è una esperta di autocostruzione, quali i suggerimenti per chi volesse seguire questa strada?
Il primo è di non pensare che costruire con materiali vegetali e a bassa tecnologia sia banale: non costruiamo la casa dei tre porcellini ma case vere che durano nel tempo. Il secondo è di essere umili verso tutti quelli che possono dare un contributo. Il terzo è di essere pazienti nella realizzazione e disponibili a fare un po’ di fatica fisica.

Forte della sua esperienza consolidata in tanti anni di attività, quali suggerimenti si sente di rivolgere alle Pubbliche amministrazioni che oggi si trovano di fronte ad un bivio nelle scelte strategiche sul recupero dei centri storici, l’ampliamento dell’edilizia residenziale, risanamento delle periferie, pianificazione del territorio in virtù del risparmio energetico?
Di smettere di pensare che “l’industria dell’edilizia” crea ricchezza così come si sta concependo attualmente. Se da un lato crea occasione di lavoro, dall’altro diminuisce drasticamente le risorse vitali, accentua la differenza tra le classi sociali e non riesce a dare risposta alle esigenze vere dei cittadini. Inoltre, l’edilizia che si va realizzando in questi anni crea nuove esigenze che le amministrazioni, alias i cittadini contribuenti, devono realizzare e mantenere a proprie spese. Orientandosi verso basse tecnologie e materiali vegetali, i Comuni si possono dotare di manufatti a uso pubblico a basso costo, caratterizzanti ed esclusivi. L’introito, a quel punto, rimane locale e permette un indotto economico virtuoso soprattutto per i giovani.

Spesso nelle periferie o in piccoli Comuni non abbiamo strutture pubbliche sufficienti, oppure sono fatiscenti e inadeguate: ho visto sovente container svolgere la funzione di uno spogliatoio per i ragazzi, o attrezzature scolastiche o per anziani; posso assicurare che una costruzione in materiale vegetale allo stesso prezzo è decisamente più confortevole e decoroso. Così pure per certe strutture destinate al turismo, che rimangono inutilizzate per gran parte dell’anno divorando l’ambiente circostante che, paradossalmente, dovrebbe essere il motivo di richiamo del turismo stesso.

Aggiungere il messaggio che vuole trasmettere all’esterno...
La pressione demografica che stiamo vivendo oggi non ha precedenti nella storia. Le risorse diminuiscono vertiginosamente giorno dopo giorno. Non si può continuare a far finta di nulla, non si può pensare di continuare ad esercitare il potere in modo così distruttivo credendo che le conseguenze toccheranno ad altri. Almeno per amore dei propri figli e dei propri nipoti, anche con spirito familistico, occorre fermarsi un momento a riflettere. L’industria edile è tra le più inquinanti nella produzione, tra le più energofagica nell’uso e di nuovo tra le più inquinanti nella fase di smaltimento.

Recuperare l’esistente che merita e costruire a bassa tecnologia con materiali vegetali non è un’onta ma un modo per costruire ambienti sani, vivibili ed estetici, a costi abbordabili per tutti. Non credo sia la panacea di tutti i mali ma, certamente, sarebbe un ottimo aiuto per un vivere migliore e per limitare i danni di un uso dissennato e delirante del territorio, di proteggere la vita stessa.

Laura Stradaroli
[ laura@cazorziedizioni.it ]


Molto interessante questo progetto di eco villaggi, mi piacerebbe vederne alcuni concretamente in modo da apprendere tecniche e sistemi di lavorazione e allo stesso tempo di integrazione sociale fuori dall assurdo sistema economico che ci circonda. dove posso andare senza infastidire??

vorrei essere parte di un villaggio di una comune , come granara come si arriva sono un uomo di 40 sano moralmente sano fisicamente in disagio economico dopo la perdita del lavoro e del matrimonio... fatemi sapere come fare per riuscire ne rispetto e umile ad inserirmi tra le persone che per me potrebbero divenire una famiglia allargata-

Volevo rispondere ad Andrea. Anche io sono in una situazione simile alla tua. Mi sono messo in contatto con una comunità che vive nei boschi, vicino a PT. Io vorrei andare a trovarli in questi mesi, per vedere come vivono. Se ti vuoi unire scrivimi Ciao. nicolapegaso@yahoo,it

non vorrei fare il "guastafeste" anzi avete tutto il mio appoggio morale possibile ma la domanda che vi pongo è come fate con i permessi comunali legati alla regolamentazione dell'edilizia residenziale? Ve ne fregate? Nel caso avreste comunque tutte le ragioni visto che tra burocrazia, tasse di concessione, e speculazioni varie, la parte legata al costo di fabbricazione reale e fisica degli immobili e ridicolmente diventata (per le modeste abitazioni 30-100m quadri) di peso secondario. Inoltre senza scendere nei particolari le concessioni di cui sopra non vengono rilasciate a poveri disgraziati bisognosi o gente di buona volontà (come suppongo sia un po' nello status della vostra iniziativa) perche' loro l'abitazione se la devono comperare nei percorsi standard a 200000 euro (per un'alloggio minimale per famiglie) rimanendo schiavi delle rate del mutuo in alcuni casi per una vita ed oltre. Tali concessioni vengono invece rilasciate secondo parametri tecnico-urbanistici ed altri "meno tecnici" a discrezione del comune di appartenenza.

ciao a tutti ,se mi potete dare una risposta riguardo a persone come me con pochissime risorse finanziarie praticamente impossibile comprare anche solo dei ruderi i problemi che si incontrano occupando questi casolari veramente abbandonati , ci sto provando e dura sono solo ma chissà un giorno anche io avro realizato la mia utopia... grazie a presto n tel 3921178520

Salve,
molto interessante, io e mia moglie stiamo contrattando per una casa "fuori dal mondo". Stiamo studiando le tecniche di coltura e di allevamento. Il nostro sogno è vivere in un borgo semiabbandonato prendendoci cura di noi stessi...
Utilizzare la tecnologia per avere energia e avere animali che producano ciò di cui si ha bisogno, uova, latte (quindi formaggio)e, alla fine di una vita, anche carne. Non siamo tipi da Comunità ma stiamo bene tra noi.
Grazie per le informazioni.

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