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VIVERE INSIEME
INTRODUZIONE ALLE CULTURE COMUNITARIE
VIVERE INSIEME
REPORTAGE DA AUROVILLE
<b>REPORTAGE DA AUROVILLE </b>




La Comunità di Adventure di Auroville

Adventure è una Comunità intenzionale, nel senso che raggruppa un numero di persone che hanno deciso di condividere uno spazio e un tempo sia fisico che spirituale.
È situata nella cosiddetta Green Belt di Auroville, la cintura verde dedicata al rimboschimento, all'agricoltura, al verde.  Nonostante ciò è molto vicina al centro della township Auroville, al Matrimandir, al Visitors' Center, alla Solar Kitchen, inoltre contigua al villaggio Tamil di Edyanchavadi e attigua alla Udavi School, la prima scuola di Auroville (in senso temporale).
Fisicamente viviamo in alloggi chiamati "capsule", abitazioni tradizionali di questa zona, fatte di legno con il tetto di foglie di palma o cocco, aperte ai quattro lati con portelloni triangolari, in qualche caso
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IL DONO DEL VECCHIO RABBINO
IL DONO DEL VECCHIO RABBINO
Il “Dono del vecchio rabbino” racconta la storia di un monastero in decadenza nel quale vivevano quattro anziani monaci e l’abate i quali erano molto preoccupati per la fine del loro ordine monastico.
Nei boschi intorno al monastero si trovava una capanna usata ogni tanto come eremitaggio da un rabbino.
Dopo anni di preghiere, contemplazioni e meditazioni, il gruppo dei monaci aveva sviluppato una certa sensibilità e percepivano la presenza del rabbino quando era presente nella capanna-eremo.
L’abate, afflitto e addolorato per la situazione difficile del suo monastero decide di chiedere consiglio al rabbino.
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ESPERIMENTI GIAPPONESI PER NUOVE GENERAZIONI
ESPERIMENTI GIAPPONESI PER NUOVE GENERAZIONI di Lex Veelo

La conferenza internazionale sugli ecovillaggi è stata una meravigliosa opportunità per conoscere realtà in Giappone che intendono attuare progetti per la creazione di ecovillaggi. Ci era stato detto che la gente in Giappone un tempo aveva un forte senso della comunità nei loro migliaia di villaggi rurali e nei quartieri cittadini. Avevano anche un antico e sacro, senso di comunione con la natura, in particolare con gli alberi e con le foreste. Il Giappone infatti è ancora oggi riuscito a conservare il 66% della loro nazione insulare con la foresta, che rappresenta una cifra impressionante se si considera che la forte pressione di cancellare le foreste per ottenere aree coltivabili sempre maggiori ed alimentare la popolazione in aumento.
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UTOPIA E MATERIALISMO ILLUMINATO NELLE COMUNITA'


di Manuel Olivares

L’utopia oggi, come tutto, ha probabilmente bisogno di essere un po’ svecchiata. Vedendo la storia recente delle comunità intenzionali e degli ecovillaggi, andando indietro appena di qualche decennio, troviamo comuni hippy, comuni rurali o metropolitane intrise di utopia antimonetaria. Posti da cui il denaro era spesso letteralmente bandito, dove si cercavano di realizzare ideali, peraltro ancora attuali, di autosufficienza alimentare, di autoproduzione attraverso l’artigianato...in altre parole, dove si cercava di sopravvivere al di fuori del circuito di mercato conducendo una vita semplice, paleotecnica e pre-tecnologica, naturalmente eco-sostenibile. Quanto è attuale oggi, questo utopico paradigma comunitario? Chi conosce un minimo la realtà delle comunità intenzionali e degli ecovillaggi sa bene che realtà che, pur con gli aggiornamenti del caso, aderiscono ancora in un modo o nell’altro a questo paradigma costituiscono un’anima del “movimento”.

Un’anima, direi, che non manca di una sua profonda suggestione e verità e che suggestiona anche me; ha molto di buono! Il fenomeno comunitario sta conoscendo una “prudente fioritura”. In altre parole sono sempre di più le persone interessate ad esserne più o meno profondamente coinvolte. E’ ancora un fenomeno di avanguardia ma si sta candidando, soprattutto se consideriamo le esperienze di co-housing in nord Europa, ad uscire dalla penombra. La cosa interessante è che si stanno avvicinando sempre di più persone cosiddette “normali”. Questo è già un aspetto che differenzia i nostri tempi dagli anni ‘60 e ‘70 in cui le persone che sceglievano la vita comunitaria erano in un modo o nell’altro facilmente riconoscibili (dal modo di portare i capelli, dal modo di vestire…Verdone, ad esempio, ne e’ stato brillantemente ispirato nella caricatura dell’hippy in Un sacco bello).

Oggi persone che stanno scegliendo di vivere in un co-housing, in una comunità intenzionale o in un ecovillaggio possono facilmente confondersi nella metropolitana di Roma o di Milano.

Possiamo dunque dire che il fenomeno stia subendo, oltre che una prudente fioritura, anche una prudente “standardizzazione” che non vuol dire “omologazione”, vuol dire semplicemente che sta uscendo dalla nicchia.

Questo, a mio modo di vedere, è molto buono nel momento in cui non vedo il motivo di avere “pruriti elitari”. Vivere in un co-housing, in una comunità intenzionale o in un ecovillaggio può avere molti vantaggi di natura economica (vivere insieme costa meno, nel momento in cui possono essere condivisi diversi beni, dalla lavatrice alla macchina al computer eccetera), relazionale, ambientale e molti altri. Nel momento in cui il fenomeno sta riscontrando una maggiore diffusione cambiano, giocoforza, i parametri di riferimento. Persone cosiddette normali tendono ad amare l’acqua calda quando si fanno la doccia, a desiderare la corrente elettrica in casa. Di più: navigano, chi più chi meno, in internet, usano il cellulare, vogliono concedersi qualche viaggio in giro per il mondo eccetera eccetera. Ci stiamo insomma allontanando dalla radicalità degli anni ’60 e ’70. Ciò non toglie che il fenomeno comunitario continui a mantenere un afflato utopico. L’utopia rappresenta sempre una necessità se non si vuole diventare, per citare ancora De Andrè, dei cinghiali laureati in matematica pura. Essere utopisti oggi, però, non credo voglia più dire avere una visione “terrifica” del mercato e dei soldi.

Mantenendoci nel presente, non stiamo vivendo un momento facile, la decrescita ha colpito l’Italia (ogni italiano ha disposizione, quest’anno, 1051 euro in meno rispetto all’anno scorso; questo significa che alcuni nostri concittadini non si stanno quasi accorgendo della crisi mentre altri stanno viaggiando, con il collasso degli ammortizzatori sociali, verso una prospettiva di vita a zero euro). Si impennano i licenziamenti, c’è chi si è ridotta a guadagnare 78 euro mensili. A fronte di tutto questo, non mi sembra davvero che la decrescita si stia rivelando “felice” e nemmeno che possa essere sufficiente farsi lo yogurth in casa o coltivarsi i pomodori, le patate o prendere l’acqua alla sorgente piuttosto che al supermercato. Le spese universitarie per i figli, le bollette della luce, del gas, del telefono, le assicurazioni per la macchina, che non può essere sempre sostituita con la bicicletta, non possono essere autoprodotte o barattate; ci voglio, prosaicamente, i soldi.

Vivere in comunità fa spendere meno: ottimo. E’ già un ottimo antidoto alla crisi. Trovo però auspicabile vivere le esperienze comunitarie con i piedi al loro posto, senza illudersi sia sufficiente avere un po’ di terra, l’opportunità di coltivarsi un orto ed un circuito di baratto e di scambio. Intendiamoci: questa può essere una prospettiva possibile, riducendo drasticamente i bisogni ed i desideri. Ci sono centinaia, migliaia di persone solo in Italia che hanno deciso di vivere in questo modo e sono francamente contento ci siano. Trovo tuttavia non sia una prospettiva appetibile per le cosiddette persone normali che sempre più numerose vogliono essere coinvolte in un’esperienza di vita insieme, per le quali è necessaria una cultura comunitaria che tenga, mondanamente parlando, i piedi in terra.

Veniamo ad un esempio pratico. Ho avuto il piacere di intervistare, ultimamente, Triveni, coinvolta in una nuova esperienza comunitaria, ovvero in una nuova comunià Ananda, legata ai villaggi Ananda, fondati da Swami Kriyananda, discepolo di Yogananda, in America, in India ed in Italia. Cito dall’intervista:

«Io abitavo a Lugano fino a due anni fa, ho creato lì un gruppo di meditazione e poi, essendo la città geograficamente vicina a Bellinzona e Locarno, oltre a Como, Milano, Varese, si è creata, circa 4 anni fa, una bella energia di avvicinamento dei gruppi di meditazione presenti sul territorio, in seguito alla quale ho pensato di creare l’Associazione Ananda Insubria. Attualmente ci sono una settantina di associati e l’obiettivo dell’associazione è sostenere la nascita di un’altra comunità Ananda in grado anche di supportare la comunità storica.

L’idea era di creare dei business etici che potessero andare a sostenere economicamente la comunità nascente, dando lavoro ai membri oltre a dare un messaggio che oggi è, direi, più che necessario. C’è difatti questo pregiudizio per cui se si è etici per forza non bisogna avere successo ed essere dei poveracci. Kriyananda ha dunque scritto un corso per corrispondenza: Il successo materiale attraverso i principi dello yoga in cui si addentra negli insegnamenti dello yoga per farli compenetrare con le dinamiche lavorative e del business. Sostiene che il vero successo (eticamente sostenibile) è un successo espansivo e non è per pochi. Si ha nel momento in cui si crea prosperità per un’azienda ma anche per chi ci lavora; in una parola: tutti debbono prosperare! Swami ha dato dunque molta enfasi al fatto di creare business. Noi abbiamo dunque creato, al nord, la cooperativa Ananda EcoEnergy a scopo mutualistico. Tutti i soci sono discepoli di Yogananda, siamo tutti sincronizzati sullo stesso sentiero spirituale e scopo della cooperativa è sviluppare il discorso delle energie alternative, in particolare pannelli fotovoltaici. Il nostro fornitore è Stefano Leoperdi e la sua azienda — Renergies Italia — è un’azienda leader, nel nostro paese, nella produzione di “pannelli etici”. Dunque c’è un aspetto di messaggio di salvaguardia del pianeta ma il messaggio più importante è quello di creare un business etico in virtù del quale principi come cooperazione, solidarietà, rispetto dell’altro, il far risaltare le qualità, le risorse del team invece che creare competizione all’interno dello stesso siano un grande presupposto di successo».

Accanto a questo si possono citare altri esempi: quello della comunità Il Forteto, nel Mugello, in cui vivono poco piu’ di cento persone, che fatturava, nel 2004, quindici milioni di euro l’anno esportando prodotti caseari in tutto il mondo, producendo ottima carne chianina ed altri prodotti da agricoltura biologica, su larga scala.

Possiamo anche citare il caso di Damanhur, considerata da Bill Metcalf, sociologo esperto di comunità di fama mondiale e da altre importanti personalità del GEN come una delle esperienze comunitarie più riuscite nel mondo. A Damanhur si contano oltre 60 attività economiche e di servizio.

«La maggior parte sono cooperative, riunite in un consorzio, che garantisce con il suo marchio la qualità dei loro prodotti, realizzati seguendo principi etici ed ecologici. Le attività damanhuriane spaziano in molti settori: laboratori d’arte — lavorazione del vetro, mosaico, pittura, scultura, restauro — , ristorazione ed agriturismo, informatica, editoria, ricerca terapeutica, bio-architettura e bio-edilizia».

A questo credo meriti aggiungere che il grande dinamismo di Damanhur, il suo incremento demografico, la sua valorizzazione di antichi mestieri e della produzione artistica stanno portando benessere e vitalità nell’area circostante, i cui indici di depressione ed invecchiamento, a quanto scrive il sociologo Luigi Berzano, autore di Damanhur: Popolo e Comunità sono alti ed allarmanti.

In poche parole io credo si debba coltivare la prospettiva di comunità prospere e ben organizzate, in cui benessere e tecnologia non debbano essere oggetto di timore quasi superstizioso. Comunità che è bene lavorino il più possibile in rete, utilizzando lo strumento che, come scrive in maniera un po’ iperbolica Jacopo Fo, protagonista di un’altra esperienza comunitaria con i piedi per terra — Alcatraz — salverà il pianeta: Internet. Trovo sia quantomeno auspicabile si intensifichino gli scambi di link, lo scambio di pubblicità e l’e-commerce nell’ambito del circuito comunitario. Io stesso sono disposto a collaborare: ho già approntato un sito internet — viverealtrimenti.com — in cui ho presentato la maggior parte delle esperienze comunitarie in Italia e diverse esperienze in Europa e nel mondo, in cui sono disposto ad ospitare banner di tutti i siti di comunità o affini che me lo richiedano, oltre a banner pubblicitari per attività ed aziende comunitarie (ad esempio la cooperativa Ananda EcoEnergy o la cooperativa Inner Life, per fare solo due esempi). Trovo auspicabile cresca una cultura di mutuo appoggio tra le comunità intenzionali, gli ecovillaggi, i “comunitari part-time” ed i semplici simpatizzanti riguardo le rispettive attività economiche — perchè comprare l’olio alla COOP se lo posso prendere dal Forteto o da Bagnaia? Perchè rivolgermi a terzi per la consulenza e l’acquisto di pannelli solari se esiste Ananda Insubria? — a livello virtuale e materiale, favorendo in ogni modo, ripeto, la cassa di risonanza del networking.

Il rafforzamento economico del circuito comunitario può agevolare le realtà più giovani che possono inserirsi in un network dinamico e redditizio. Le comunità intenzionali e gli ecovillaggi possono contribuire profondamente a costruire un mondo migliore. Per parafrasare Sri Aurobindo, cui si ispira l’esperimento comunitario di Auroville, nel sud dell’India, bisogna saper essere anche “luminosamente materialisti” per farlo. Grazie dell’attenzione.


Grazie ! "luminosamente interesante" tutto da imparare prima di lanciarsi... in comunità

Ciao Francesco, io sono a Firenze e tu ? Prossimamente ti racconto un po' di cose, mia Mail: naldi6565@yahoo.it Molto interesante il comento di questa pagina vero ? ed anche realistico ! Ciao. Buona giornata a Te !

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