La bellezza salverà il mondo (Dostoevskij)

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LE ARTI DEL BENESSERE
Medicine naturali del corpo, della mente e dell'anima
LE ARTI DEL BENESSERE
LO SPIRITUALE NELLA MEDICINA
<b>LO SPIRITUALE NELLA MEDICINA</b>


Negli ultimi decenni abbiamo assistito in Occidente a duna graduale involuzione della formazione del medico in contrasto con la grande evoluzione “scientifica” della medicina; essa è andata via via svuotandosi dei contenuti più ricchi e trascendenti, per dar posto invece esclusivamente ad insegnamenti scientifici di impostazione meccanicistica. E’ scomparsa così l’immagine dell’uomo nella sua interessa psichica e somatica, sostituita da quella di un omuncolo scomposto nelle sue singole parti fino ad arrivare all’infinitesimale. Ciò è da imputare indubbiamente al generale cambiamento della psiche dell’uomo occidentale che, nel divenire moderna, ha perduto la capacità di accettare i suoi aspetti arcaici come parte integrante del Sé.
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LA SALUTE OLISTICA
<b> LA SALUTE OLISTICA </b>







Teresa Chindamo

SANI NEL CORPO
Se proviamo a sfogliare le pagine di un giornale o a fermare per un attimo l'attenzione sui messaggi pubblicitari che ci vengono offerti dallo schermo televisivo o dai cartelloni affissi sui muri delle nostre città, possiamo notare l'accanimento con cui ci vengono proposti integratori alimentari, vitamine, oligoelementi, tutte apprezzabili conquiste della nostra epoca che suscitano il nostro entusiasmo e una nuova fiducia. Anche il meritato successo dei prodotti biologici e biodinamici, la ribellione che si diffonde sempre più tra i cittadini contro l'inquinamento di ogni genere che ci soffoca sono una prova evidente della nuova considerazione in cui teniamo la nostra salute.
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CHE COS'E' LA TERAPIA OLISTICA
<b>CHE COS'E' LA TERAPIA OLISTICA </b> di Maggi Lidchi Grassi

Per avvicinarsi nel modo giusto alle terapie “olistiche” è importante sapere che il corpo ha in sé un meccanismo che lavora costantemente per mantenere la salute e che la malattia ne fa parte, è il messaggio per dirci che qualcosa dev’essere fatto.
La terapia è cattiva se riduce e sopprime, è olistica se si propone di aiutare l’individuo ad evolversi.
L’omeopatia, l’agopuntura e tutte le altre terapie alternative possono essere praticate in un modo meccanico e superficiale che le riduce al livello di una terapia qualunque, che si accontenta di sopprimere i sintomi. Vorrei citare qui un passaggio di Henry Miller che parla di una sua esperienza di guarigione “olistica” avvenuta ad Epidauro.
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MEDICINE CHE UCCIDONO
<b>MEDICINE CHE UCCIDONO </B> di Maurizio Blondet

I farmaci "di sostituzione ormonale" promettono alle donne di restare giovani, di ritardare la menopausa e di sconfiggere l'osteoporosi. Ora si scopre che due medicinali molto diffusi, il Premarin e il Prempro, provocano cancro, embolia polmonare, infarto e demenza.
In USA, almeno 14 milioni di donne si sono viste prescrivere le due medicine. Ma poiché esse sono in commercio da 40 anni, sono circa cento milioni (tre generazioni) le donne americane in pericolo. Lo ha stabilito uno studio di un ente indipendente, il Women's Health Initiative (WHI).
Il principio attivo dei due farmaci è estrogeno estratto dall'urina di vacche e cavalle, che contiene tre tipi di estrogeni, di cui due non naturali per la donna. Inoltre il Premarin contiene progesterone sintetico, anch'esso non identico all'ormone umano. Il dosaggio aumenta la pericolosità.
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PSICODINAMICA
<b>PSICODINAMICA </b> di Marco Ambrosio

Conosciuta anche come Dinamica Mentale, è quanto di più efficace si possa attualmente utilizzare per sviluppare e ottimizzare le proprie risorse mentali, in quanto sintetizza il meglio tra tutte le possibilità offerte da Training Autogeno, Sofrologia, rilassamento psicofisico, meditazione creativa.
La condizione di partenza è uno stato di profondo rilassamento autoindotto tramite semplicissime tecniche di immaginazione creativa e respirazione, allo scopo di rallentare la frequenza delle onde cerebrali dallo stato beta allo stato alpha. Lo stato beta è la condizione che normalmente ci permette di interagire razionalmente con la realtà contingente e indica che le onde cerebrali (misurabili con l'elettroencefalografo) oscillano con una frequenza di circa 14 Hz (cicli al secondo). Le onde alpha hanno una frequenza di circa 8-13 Hz e caratterizzano lo stato di coscienza (o supercoscienza) che principalmente interessano la Psicodinamica.
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ART-COUNSELING: LA VITA COME OPERA D'ARTE


1) Arti tradizionali ed Artiterapie: il caso dell’ArtCounseling

Il XX secolo ha finalmente visto riconosciuta la funzione primordiale dell’arte: sappiamo infatti che già l’uomo primitivo danzava, suonava ed incideva segni su pietre spinto da impulsi interiori (scariche energetiche, urgenze catartiche, slanci mistici di unione dell’intrapsichico col tutto - ) e da quegli agenti esterni di cui non riusciva a spiegarsi l’origine – tuoni, fulmini, grandine etc. –. Sappiamo anche che gli sciamani praticavano, e praticano tuttora, danze a ritmi molto sostenuti per indurre stati di trance ipnotica al fine di connettersi alle divinità e stimolare processi di guarigione (funzione magico-religiosa della danza sciamanica).

Seguendo il suo istinto ancestrale, quindi, l’uomo primitivo agiva già quei linguaggi che molti secoli più tardi avrebbero dato vita ai principali codici artistici dell’epoca moderna occidentale, seppur suscettibili di trasformazioni – e quindi di un diverso quomodo della loro manifestazione – a a seconda dei diversi momenti storici – e locali, culturali...– di riferimento - . In tempi recenti, il filosofo francese Bourdieu ha sottolineato che il concetto di arte è suscettibile di modificazioni – in eccesso o in difetto – a seconda del tipo di società cui si riferisce, in quanto le influenze del campo economico, politico e sociale non si limitano ad influenzare vagamente, ma condizionano ab nuce i criteri stessi di appartenenza di questi o quei manufatti all’area d’attrazione dell’arte . Bourdieu evidenzia inoltre che all’affermarsi dell’autonomia del campo dell’arte corrisponde sempre una sua maggior dipendenza dalla logica mercantile , e con essa la visione dell’arte come entertainment, cioè come – mera – macchina per fare soldi.

Asservendo l’arte a parametri utilitaristici si assiste quindi ad una graduale ed inesorabile perdita di quelle che erano, e sono tuttora, le sue primordiali – e paradossalmente più nobili – finalità. In un certo senso sembra proprio che il recente affermarsi delle artiterapie espressive derivi direttamente dall’assimilazione di queste proteine nobili dell’arte: alle finalità di comunicazione ed espressione , seguendo la freccia direzionale che dal fuori relazionale spinge al dentro intrapsichico, si accompagna la funzione catartica, in base alla quale ogni espressione artistica consente la liberazione di tutti quei contenuti inconsci avvertiti troppo pesanti (paura, angoscia, terrore, etc.), provocando di conseguenza un alleggerimento dello stato emotivo della persona – artista o spettatore che sia –.

A questo proposito, basta pensare alla funzione della tragedia classica ad Atene – ben illustrata nella Poetica di Aristotele , dove la catarsi viene descritta come una sorta di purificazione dell’animo –, ed ai più recenti contributi offerti dalla psicologia del profondo, che hanno esteso poco per volta la concezione di matrice aristoteliana fino a farla coincidere con un vero e proprio processo attivo di ricostruzione di senso . In ambito teatrale, lo psicoterapeuta Robert Landy ha notato che attraverso la rappresentazione artistica il cliente può prendere contatto, e quindi com-prendere, gli aspetti profondi della sua realtà psicologica ed esistenziale e, grazie al filtro del medium teatrale, godere anche della possibilità di smorzare gli effetti dirompenti che questa ristabilita connessione talvolta può provocare.

Secondo l’Autore, osservare da una certa distanza (che lui definisce distanza estetica, corrispondente allo stato di catarsi) le passioni negative può contribuire alla loro giusta comprensione e scongiurare al contempo i rischi di un eccessivo coinvolgimento emotivo (ipodistanza) o viceversa di un eccessivo distacco (iperdistanza) . Landy, in sostanza, amplia e sviluppa le intuizioni aristoteliane fino a descrivere la catarsi come una sorta di modulatore emozionale, e non più semplicemente come sfogo o scarica emotiva.

L’espressione artistica sembra pertanto capace di fornire la necessaria rete di contenimento dei materiali psichici emersi, costituendo uno dei più efficaci filtri di cui il nostro sistema interno si avvale per selezionare ciò che è ormai pronto per essere portato alla luce – e quindi reso consapevole – e ciò che viceversa è opportuno resti ancora per un po’ dentro le maglie protettive dell’inconscio . A questo proposito, merita un cenno particolare la purtroppo ancora attuale kermesse sulla delimitazione delle abilità arteterapeutiche (le skills della lingua inglese) degli psicologi da un lato e dei pedagogisti (ed artisti) dall’altro, kermesse molto simile a quella che tempo fa coinvolse psichiatri e psicologi nel riparto di competenze seguìto all’affermarsi della neonata classe degli psicologi.

Questo discorso si lega a quello sulla finalità educativa, riabilitativa e terapeutica delle artiterapie: comunemente si ritiene che solo l’arteterapia svolta dagli psicoterapeuti sia in grado di affrontare un percorso profondo di ricostruzione della personalità, mentre quella praticata da insegnanti, educatori, pedagogisti, ricercatori o artisti sembra essere limitata ad una mera funzione educativa o, al massimo, di sostegno, solo per disagi di personalità di lieve entità. Tale distinzione è confermata anche dalla diversa terminologia contrattuale riservata alle persone che si rivolgono allo psicoterapeuta (definite pazienti sul presupposto di un qualche aspetto patologico presente all’interno della loro struttura intrapsichica) ed a quelle che si rivolgono a tutte le altre professionalità (definite viceversa clienti, - o anche allievi, nel caso dell’insegnante -, sul presupposto della sostanziale sanità della persona).

In realtà, le acque non sono così limpide come sembra, anche considerato il fatto che un valido sistema educativo – e soprattutto ri-educativo, visto che solo il neonato è libero da condizionamenti, e quindi educabile – possiede sempre un indubbio valore terapeutico, e che una buona terapia, dal canto suo, presuppone sempre un originale disegno rieducativo al suo interno, soprattutto per scongiurare il rischio di recidive. Se il contenuto e la finalità educativa appaiono chiari e non pongono questioni particolari, infatti, quando scivoliamo nel campo del sostegno a situazioni momentanee di disagio esistenziale di lieve entità il discorso si amplia. Questo accade non solo perché la psicologia non è ancora riuscita a fornire una netta linea di demarcazione tra disturbi gravi o lievi della personalità - essendosi strutturata ad nuce sulla base di più o meno rigide classificazioni di nevrosi o psicosi a prescindere dalla presenza di precisi handicaps psichici o fisici -, non solo perché una simile gerarchizzazione dei fenomeni patologici interni è dedotta dalla mera osservazione dei comportamenti esteriori del soggetto e trascura la loro più intima - ed insondabile - componente animica interna , ma anche per una ragione di natura - apparentemente - burocratica.

Ad essere chiamata in causa è infatti la nuova classe degli artcounselors , o counselors a mediazione artistica, professionisti della relazione di aiuto di recente formazione, il cui modus operandi somiglia molto a quello degli arteterapeuti, eccezion fatta forse per l’accento posto sul potere di auto-guarigione di cui ogni persona è dotato piuttosto che sull’efficacia di interventi esterni, provenienti dalla strategia messa in atto da uno psicoterapeuta: tra gli addetti ai lavori, infatti, si usa dire che lo scopo principale del counselor è quello di aiutare la persona ad aiutarsi . Ora, l’impostazione accademica prevalente vuole che gli artcounselors si avvalgano del medium artistico in occasione di processi di crescita esistenziale o di disagio profondo solo quando e se non comportano un lavoro profondo di ricostruzione della personalità (per il quale sembrerebbe tuttora imprescindibile il ricorso alla figura dello psicoterapeuta).

Tuttavia se questo è vero in teoria, come prescrive la corrente deontologia professionale, sotto un profilo fenomenologico-esperenziale i contorni sfumano gradatamente fino ad assumere i colori di un paesaggio sbiadito: in ultima analisi il fattore cruciale nell’incontro tra terapeuta e paziente – così come tra counselor e cliente - sembra infatti essere quello dell’intuitus personae che si viene a creare di volta in volta tra le parti, criterio fondamentale che determina la qualità, e quindi l’esito, della relazione d’aiuto – quello stesso intuitus personae di cui parla il nostro codice civile in materia, guarda caso, di contratti fiduciari, e che in campo psicologico tocca da vicino il fenomeno delle proiezioni e della relazione di transfert – .

L’esperienza insegna infatti che nel gioco terapeutico in generale, ed in quello arteterapeutico in particolare, molto dipende dalla disponibilità a raccontarsi del cliente, e che questa dipende a sua volta dall’intensità del rapporto fiduciario che di volta in volta si viene a creare fra le parti. Non solo, ad avvalorare questa tesi esiste anche un’altra ragione, forse ancora più determinante: l’assunto secondo cui il lavoro di ricostruzione della personalità spetterebbe solo allo psicoterapeuta è sconfessato dalla stessa fenomenologia dinamica del rapporto arteterapeutico. Accade spesso, infatti, che l’emersione di contenuti inconsci latenti permetta il loro riconoscimento e la loro conseguente rielaborazione a livello cosciente da parte del cliente: egli pertanto si ritroverà hic et nunc (cioè nello stesso momento dell’incontro con l’operatore, e non più tardi) nelle condizioni più favorevoli per riassettare il proprio “copione esistenziale” ed avviare pertanto un percorso immediato di ricostruzione di senso (pensiamo alla forza degli insights) durante il quale l’artcounselor lo accompagnerà con la dovuta accortezza e professionalità .

Da quanto emerso finora, la somiglianza tra artcounseling ed arteterapia appare evidente. Il primo sembra anzi essere un’applicazione specifica della seconda, cui è assimilato non solo dall’utilizzo dell’arte come medium ma anche dalla maggior parte delle finalità che si prefigge, tra cui anche quella della trasformazione della personalità - , seppur perseguita attraverso un lavoro che nella maggior parte dei casi, ma non in tutti, avanza per singoli obiettivi (superare un lutto, un divorzio, una malattia, un licenziamento, un conflitto in famiglia o nel lavoro etc.) .

Un effettivo criterio distintivo tra counseling e psicoterapia sembra piuttosto questo: il counseling andrà ad agire sugli elementi sani della personalità in modo tale da renderli capaci di incidere, trasformandoli, sui ‘blocchi emotivi’, e quindi disfunzionali della stessa (secondo un tipico processo di empowerment), mentre la psicoterapia si focalizzerà fin da subito sugli aspetti patologici, evidenziati nella diagnosi, (ammesso che diagnosi vi sia, essendo questo un termine utilizzato più propriamente in campo medico che psicologico), sul presupposto della non-sanità della struttura intrapsichica del paziente.

Il fatto che oggi esistano oggi varie correnti psicoterapeutiche centrate sulla persona (pensiamo alla bioenergetica ; alla psicosintesi ; alla gestalt etc.), sulla sua capacità di autodeterminazione e sulla non accettazione del concetto dualista di salute e malattia (secondo il noto assunto di Carl Rogers , uno dei fondatori della cd. terza forza, la psicologia umanistica, a sua volta genitrice del counseling), non significa che il counseling travalica il suo campo di applicazione, casomai l’esatto contrario: l’apertura di certe psicoterapie moderne alla mediazione corporea, artistica, incluso a certe tecniche meditative e di yoga di importazione orientale, mi spinge a credere che siano quest’ultime a travalicare un’impostazione loro originale e ad espandersi in campi che a ben vedere sono sempre stati estranei alle loro specifiche aree e modalità d’intervento (è davvero scontato che gli psicoterapeuti padroneggino profondamente certi linguaggi artistici, l’espressione corporea, la meditazione, l’Hatha yoga, etc…?).

Non solo: se la psicoterapia tradizionale si è sempre indirizzata verso un approccio tipicamente mentale verso il paziente, che non a caso è tenuto a verbalizzare i propri vissuti per tutta la durata dell’incontro, il counseling nasce da un atteggiamento di apertura verso tutte le altre dimensioni della persona, rappresentate dal corpo, dalla coscienza e dallo spirito (seguìto solo da certe correnti psicoterapeutiche ultramoderne non ancora del tutto assimilate dagli ambienti accademici: mi riferisco in generale all’area della cd. psicologia delle ‘vette’, o ‘quarta via’ , ma anche a certi orientamenti della psicologia umanistica come la bioenergetica, assente anch’essa dai programmi didattici universitari). E da che cosa deriva un sano equilibrio della persona se non dalla summa armonica di tutti questi diversi piani dell’esistenza?

Ad ogni modo, oggi più che mai, resta opportuno incoraggiare un approccio che finalmente metta d’accordo tutti e che consenta ad ognuno di esercitare la propria professione con autonomia e competenza, ricordando che, nel caso dell’artcounselor, quest’ultima è rappresentata da un mix sapientemente calibrato di abilità psicologiche ed artistiche.

D’altronde, la possibilità dell’arte come percorso terapeutico, al di là di riferimenti più o meno funzionali allo status di psicoterapeuta, ha già ottenuto risonanza mondiale grazie all’opera di un grande ed eclettico artista: mi riferisco ad Alejandro Jodorowsky, il cui lavoro è stimolo ed esempio per molti di coloro che tentano di coniugare discorso artistico ed opportunità di guarigione .

Risalendo ancora più indietro nel tempo, altri artisti di fama internazionale, stavolta nel campo dell’arte figurativa, si accorsero delle proprietà rivelatrici dell’animo umano racchiuse nel segno grafico: Vasily Kandisky e Paul Klee, per citarne solo due, evidenziarono ad esempio l’enorme ricchezza di contenuto degli scarabocchi, dopo aver appurato come questi fossero capaci di portare alla luce l’anima dei bambini e la loro più intima visione del mondo .

Sul finire del XVIII secolo troviamo addirittura un noto utilizzo della teatroterapia da parte di un personaggio improbabile, il marchese De Sade, che, in occasione del suo secondo ricovero nel manicomio di Charenton, fu autorizzato dal direttore dell’Istituto ad allestire alcuni dei suoi componimenti teatrali utilizzando gli internati come attori, sull’intuizione di un possibile miglioramento delle loro condizioni psico-fisiche. Ebbe così luogo un certo numero di rappresentazioni teatrali che furono seguite con interesse - e talvolta con forte perplessità - dal pubblico parigino, scatenando un’eco che di lì a poco influenzò le più consapevoli applicazioni nel manicomio di Aversa .

Ma ancora prima, e siamo nel 422 a.C.!, sappiamo di Aristofane che firma con lo pseudomino Filonide la commedia Le vespe, in cui descrive un figlio che per guarire il padre dalla manìa di giudicare ogni cosa organizza vere e proprie finzioni sceniche con l’aiuto dei servitori (ad esempio allestendo un tribunale fittizio nel cortile di casa) .

E’ chiaro quindi che oggi stiamo assistendo al consolidarsi di un discorso iniziato nel remoto passato in cui tutto ha l’aspetto di un rinnovamento consapevole piuttosto che di una scoperta originale ed avanguardistica. Quasi ogni linguaggio dell’arte è stato al gioco, ben felice di vedere rivalutate antiche proprietà: il teatro , la danza , il disegno, la scrittura , la musica , infatti, forniscono oggi ottimi strumenti per l’indagine introspettiva e sono ormai in grado di sostenere un dialogo, se non competitivo, senz’altro cooperativo e complementare con le principali tecniche offerte dalle psicoterapie tradizionali.

Discorso diverso invece per l’immagine filmica: ragioni organizzative, economiche e gestionali hanno probabilmente rallentato la rincorsa del cinema a questo suo inedito utilizzo, essendosi la cinematerapia in sostanza affiliata a percorsi di cineforum, e la videoterapia a produzioni di clips lungimiranti ma ancora ben lontane dall’idea di narrazione filmica in senso stretto.

Dunque è del cinema, la ‘musica della luce’, come era solito definirlo Abel Gance, che in questo momento sembra interessante provare ad esplorare le infinite potenzialità, sul presupposto di una sua certa utilità anche in campo sociale. Cinema inteso qui nell’accezione fassbinderiana di curioso palcoscenico dove può accadere continuamente di tutto, anche che gli attori ad un certo momento inizino a danzare.

D’altronde, che il mezzo cinematografico si presti bene ad un lavoro di esplorazione dell’inconscio è confermato non solo dai frequenti raffronti fra cinema ed attività onirica , ma anche dalla risonanza delle corde invisibili che il grande schermo riesce ogni volta a sollecitare. A tale proposito, cito ancora una volta Abel Gance: “In un film, ciò che conta non è il décor; il décor non è che l’accessorio dell’immagine; e non è nemmeno l’immagine; l’immagine non è che l’accessorio del film. Ciò che conta, è l’anima dell’immagine” .

Il teatro-danza e l’immagine filmica alla ricerca dell’anima, dunque, nel tentativo di tracciare un’armonia possibile, ‘illuminata ed animica’, fra finalità artistica e terapeutica, per un nuovo approccio alla relazione di aiuto che non lasci adito a dubbi: il percorso verso la guarigione non è solcato soltanto da inevitabili sofferenze, ma anche dalla riscoperta di autentiche bellezze.

3) La vita come opera d’arte e il concetto di film-specchio: dalla Sophia-Art alla Cinematerapia

Come per arteterapia non si intende il processo di cura di una patologia ma un processo di trasformazione personale , anche col termine cinematerapia si allude ad una tecnica di crescita esistenziale diversa da un percorso di tipo psicoterapeutico . Allo stesso modo la visione cinematografica di un film è senz’altro diversa dalla visione a fini trasformativi, né più né meno di quanto i sogni sono diversi dalla loro interpretazione in chiave psicoanalitica. Lo stesso Freud, che pure utilizzò l’immaginario onirico come strumento di analisi, non arrivò mai a dire che i sogni avessero di per sé una funzione curativa, lasciando intendere che è solo l’uso che se ne fa ad incidere in modo tangibile sugli effetti. Vale la pena evidenziare fin da subito la finalità di trasformazione e di sviluppo personale tipica del cinema, perché ancora oggi la cinematerapia viene associata troppo spesso ad un mero effetto consolatorio o, tutt’al più, ad un effetto umorale ed empatico di identificazione, catarsi ed evacuazione.

Tutti infatti possono rendersi conto della forte incidenza della visione cinematografica di un film sull’umore: questo fenomeno è stato recentemente dimostrato anche da alcuni ricercatori americani che hanno verificato la variabilità del numero di ormoni presenti nel sangue di un campione di spettatori – in particolare, progesterone e testosterone – a seconda del genere di pellicola visionato . Meno evidente è invece la possibilità di un utilizzo del cinema come strumento di crescita personale, poiché in tale accezione è presupposta una competenza psicologica di base ed una metodologia applicativa in grado di sostenere una riflessione guidata e consapevole. Il film, infatti, soprattutto se di natura culturale e sociale, contiene un numero infinito di indizi che se ben individuati e sviluppati possono veramente essere orientati al raggiungimento di risultati educativi e/o terapeutici. A tale proposito, i laboratori della Sophia-Art e di Cosmo-Art della Sophia University of Rome (S.U.R.), organizzati dagli psicoterapeuti Antonio e Paola Mercurio, prevedono una specifica metodologia basata sui presupposti teorici della Antropologia Personalistica Esistenziale seguìta all’interno di un gran numero di seminari di cinematerapia svolti sul territorio regionale.

A ben vedere l’idea non è nuova: già Morin scrive che non è un caso se “il linguaggio della psicologia e quello del cinema coincidano spesso con i termini proiezione, rappresentazione, immagine, campo. Il film si è costruito a immagine del nostro psichismo totale” . Antonio Mercurio è arrivato a coniare il termine cinematerapia partendo da un chiaro assunto di base, lo stesso dell’Antropologia esistenziale: la vita è di per sé dono ed opera d’arte; il film rappresenta, sistemandola entro un ordine formale, la vita stessa, di cui è specchio creativo (film specchio della vita, si noti, e non dello spettatore) ; la persona è accompagnata a diventare artista della propria vita ed a realizzare la propria vera intima bellezza attraverso una riflessione che dai vari spunti emersi dal film approderà alla presa di coscienza dei propri nodi esistenziali irrisolti .

Il ‘nodo’gordiano’ da cui Morin fa nascere il cinema è proprio quello che si viene a creare tra illusione e realtà, tra sogno e vita vera, e l’aspetto poetico del cinema offre i primi segni di vita proprio nella sua capacità di produrre immagini artistiche del mondo. Mettendo al centro di ogni approccio trasformativo l’arte e la creatività in tutte le sue molteplici forme, Mercurio evoca la centralità dei concetti di verità e bellezza. Cito le sue parole: “La Verità è il frutto di voler guardare in faccia le nostre maschere e le nostre menzogne. La Bellezza è un campo di energia ed è il frutto della trasformazione interiore che si opera quando passiamo dall’odio all’amore (…) e quando riusciamo a fare la sintesi tra dolore e creatività”. In armonia con la grande tradizione della storia della filosofia, poi, ai valori di verità e bellezza aggiunge quello di libertà , intesa qui come liberazione dalle catene dei propri blocchi e delle proprie distorsioni mentali.

I laboratori di cinematerapia così concepiti prevedono la scelta di un argomento iniziale e di un film ad esso collegato, l’individuazione di una chiave di lettura, solitamente proposta prima della visione, la visione del film e la discussione finale, condotta da un terapeuta o da un counselor. Questa discussione sfrutterà l’immaginario contenuto nel film per arrivare in un secondo momento a riflettere sui vissuti più intimi e personali dei partecipanti , un po’ come accade nel film “Le sang d’un poete” di Jean Cocteau, quando il poeta riesce ad appropriarsi della magia e dell’illusione racchiusa nella realtà speculare dell’immagine nel momento stesso in cui compie l’atto di attraversare lo specchio. Qualche anno fa mi è capitato di partecipare ad un seminario organizzato dall’Associazione Cinemavvenire (fondata dal regista Giulio Pontecorvo e dallo psicoterapeuta Massimo Calanca) dove spunto di riflessione era il film La Dolce Vita di Federico Fellini.

Ricordo ancora l’abilità del counselor nel focalizzare i fantasmi del protagonista e i tratti salienti della società dipinta da Fellini, e nel traslare, poco dopo, quelle stesse immagini entro il vissuto di ogni partecipante, “… spettatore alienato e felice, acrobaticamente riappeso a se stesso dal filo invisibile della vista ”, ma riconsegnato a se stesso una volta dissolto il buio di sala.

Ciò nonostante, in una prospettiva di ricerca capace di contenere a pieno tutto il potenziale offerto dal linguaggio cinematografico, ritengo importante includere una fase attiva di lavoro orientata - se non alla produzione di materiale filmico vero e proprio - quantomeno alla sperimentazione di vari modi possibili di narrazione di sé ‘riflesse allo specchio’.

La videoterapia inizia dunque a scivolare dolcemente dentro la cinematerapia, coinvolgendo strutture narrative ed attrezzature tecniche: qualcuno in realtà l’ha già fatto, ad esempio gli stessi counselor di Cinemavvenire, ma per il momento con scarsi risultati estetici, probabilmente vista la difficoltà insita nel mezzo.

A mio avviso vale comunque la pena tentare di nuovo, soprattutto in considerazione della centralità del medium audiovisivo nella società contemporanea: dalla sceneggiatura allo story-board; dall’impiego delle luci alla messa in scena degli attori; dall’uso della musica al taglio di montaggio, tutto, nel film, concorre alla più ampia esplorazione possibile dell’animo umano diluito nei linguaggi dell’arte. Ed ecco il primo bagliore di un possibile intreccio tra struttura narrativa, sia di script che di montaggio, ed improvvisazione creativa, e dell’idea di un’arte del cinema insolitamente piegata ad arte del Sé.



Barbara Bedini è counselor e teatrodanzaterapeuta. Dopo la prima laurea in Giurisprudenza sceglie di seguire una sua grande passione e si trasferisce a Roma dove si diploma in regia cinematografica e sceneggiatura presso la scuola di cinema di Cinecittà. Oltre che di cinema, è appassionata di teatro-danza e di teatro, che pratica tutta la vita con vari danzatori del TanzTheater Wuppertal di Pina Baush e col Living Theatre di New York diretto dalla regista Judith Malina.

Durante la scuola di cinema frequenta un Master in Psicopedagogia presso la facoltà di Scienze della Formazione di Firenze ed un Master in Artedanzaterapia presso l’Accademia Internazionale delle Artiterapie Espressive di Roma. Nel frattempo si laurea in Lettere ad indirizzo Teatro, Cinema e Musica presso l’Università Tor Vergata di Roma con una tesi in CinemaCounseling e in TeatroDanzaTerapia. Consegue un diploma in DanceCounseling e DanzaMovimentoTerapia presso la scuola di counseling e psicoterapia Aspic di Roma. Studia DanzaMovimentoTerapia con l’argentina Maria Fux e l’haitiano Herns Duplan, creatore del metodo Expression Primitive. Segue un training in Bioenergetica presso la scuola di Analisi Bioenergetica Iifab di Roma, ha esperienze in Corenergetica con il medico psicoterapeuta Teddy LoRusso dell’Istituto di Corenergetica di Torino e sperimenta le Costellazioni Familiari direttamente col loro fondatore Bert Hellinger.

Pratica varie forme di meditazione, danze sacre brasiliane – Candomblè ed Orixàs – con Antonio Omolù dell’Odin Theatre di Eugenio Barba e le Danze Sacre di Gurdjieff col Maestro dominicano Josè Reyes e la psicoterapeuta indiana Sadhana Akash Dharmaraj. Incontra il buddismo di Nichiren Daishonin, il Buddismo Soto Zen, il Sahaya-Yoga, il cristianesimo esoterico e gli insegnamenti del grande Maestro indiano Osho. Oggi prosegue il suo cammino spirituale col Maestro di Meditazione Universale Pier Franco Marcenaro e la Scuola della Spiritualità da lui fondata, un Metodo naturale basato sugli insegnamenti dei maggiori Maestri dello spirito apparsi in epoche e luoghi differenti.

Ha uno spazio sul sito www.artcounseling.it e sul sito nazionale www.nonsoloanima.tv dove pubblica articoli in tema di counseling a mediazione artistica, costellazioni familiari e bioenergetica, ed ha uno studio libero professionale a Pisa, dove offre sessioni di counseling sia individuali che di gruppo.

Attualmente sta integrando la sua passione per l’arte ed il suo amore per la ricerca spirituale con i principi e le tecniche di autoregolazione emotiva, di sviluppo del potenziale creativo e di rivelazione del vero Sé, perfezionando un suo metodo personale di guarigione ed espansione della Coscienza dove le arti riacquistano la loro originaria funzione guaritrice e dove l’ascolto del corpo si unisce sempre all’ascolto del cuore, creando occasioni di crescita sana e consapevole in un clima armonico e facilitante.



Nel mio girovagare tra articoli e articoli sull'art -counseling, avvicinandomi, all data di un convegno dove dovrò fare un intervento in merito al counseling a mediazione artistica (Counselor e Arteterapeuta metodo Denner, devo farle i miei complimenti per questo articolo. Posso solo aggiungere, che chi fà arte da sempre ovvero, si cimenta in processi creativi atti costruire rielaborare, ricostruire e ripristinare , arginare dolori e difficoltà della vita.....può veramente fare l'art counselor, per compprednerne il profondo significato e accompagnare i propri clienti in un viaggio fatto di metafore, invisibili, colori toccati, sfumati, ......colori per essere e esistere oltre qualsiasi tipo di riconoscimento che ogni altro essere umano ti puo' dare.

scritto da: Barbara il 24/10/2010 alle 15:16
Grazie del suo contributo, Antonella. Credo che affermare l´autonomia e il valore di questo splendido mezzo, nuovo e antico come il mondo, adesso spetti proprio a persone come noi, amanti dell´arte e dell´opera d´arte piu´bella, l´animo umano. Auguri per il Convegno!

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