forestiero che vai cercando la pace al crepuscolo, 
la troverai alla fine della strada. (F. Battiato)
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I SENTIERI DELL' ESSERE
Le mille Vie della Spiritualità
I SENTIERI DELL' ESSERE
LA PRATICA DA SEGUIRE
Un monaco chiese a Dong-Shan:
C'è una pratica che le persone debbano seguire?
Dong Shan rispose:
quando diventi una vera persona c'è una tale pratica.
Sai essere freccia, arco, bersaglio?
<b>Sai essere freccia, arco, bersaglio?

Sai essere freccia, arco, bersaglio?
Conosci la sequenza delle costellazioni?
La fusione dell'idrogeno in elio?
Sai misurare la tua integrità?
Se rispondi
Avrai l'immortalità.

Laura Scottini

MEDITAZIONE TAOISTA
<b>MEDITAZIONE TAOISTA </b>





 

Chiudi gli occhi e vedrai con chiarezza.
Smetti di ascoltare e sentirai la verità.
Resta in silenzio e il tuo cuore potrà cantare.
Non cercare il contatto e troverai l'unione.
Sii quieto e ti muoverai sull'onda dello spirito.
Sii delicato e non avrai bisogno di forza.
Sii paziente e compirai ogni cosa.
Sii umile e manterrai la tua integrità.

 

IL VUOTO CHE DANZA
IL VUOTO CHE DANZA










di H.W.L. Poonja


Rimani ciò che sei ovunque tu sei.
Se fai così, saprai immediatamente
di essere Quello che hai cercato
per milioni di anni.

Non c'è ricerca,
perchè si cerca solo qualcosa che si è perso.
ma quando niente è andato perduto
non ha senso
cercare qualcosa.

Qui semplicemente Stai Quieto.
Non formare nemmeno un pensiero nella mente.
Allara saprai
Chi sei realmente.

per tre motici la ricerca e la pratica
sono follie fuorvianti
sono l'inganno della mente
per posporre la libertà.
Continua...

PAROLE SU DIO
PAROLE SU DIO Simone Weil
Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio. … Così pure, la prova che un bambino sa fare una divisione non sta nel ripetere la regola; sta nel fatto che fa le divisioni.
Continua...
I BAMBINI
DAGLI OCCHI DI SOLE

I BAMBINI<br> DAGLI OCCHI DI SOLE









Ho visto i luminosi pionieri dell'Onnipotente
al confine dove il cielo si volge verso la vita,
scendere le scale d'ambra della nascita;
i precursori di una Divina moltitudine.
Essi venivano sul Sentiero della Stella del Mattino,
nella piccola stanza della vita mortale.

Li ho visti attraversare la penombra di una età
i bambini dagli occhi solari
portatori di una meravigliosa Aurora,
i grandi creatori dal calmo aspetto.

Li ho visti gli abbattitori delle barriere del mondo
i lottatori contro il destino nato dalla paura.
Li ho visti i lavoratori della Casa degli Dei,
i messaggeri di ciò che non può essere comunicato,
gli architetti dell'immortalità.

Li ho visti cadere nella sfera umana,
con i volti ancora luminosi della gloria immortale,
con voci che ancora parlavano con i pensieri di Dio,
con corpi resi splendenti dalla Luce dello spirito.

Portavano la Magica Parola, il Mistico Fuoco,
la dionisiaca Coppa della Gioia.

Li ho visti, i bambini che rendono l'uomo migliore,
coloro che cantano uno sconosciuto inno dell'Anima.
Ho sentito l'eco dei loro passi nei corridoi del tempo.
Ho visto gli alti sacerdoti della Saggezza,
della dolcezza, della Potenza e della Felicità Celeste,
i rivelatori delle vie solari della Bellezza,
i nuotatori delle acque tempestose dell'Amore,
i danzatori che aprono le porte d'oro del Nuovo Tempo.

Sono quì.
Camminano fra noi per mutare la sofferenza in gioia,
per giustificare la Luce sul volto della Natura.

Aurobindo 
IL SEGRETO DELLE STELLE CADENTI
IL SEGRETO DELLE STELLE CADENTI
Tutti cerchiamo qualcosa. Se lo cerchiamo nel mondo materiale pensiamo di trovarlo all’esterno di noi stessi. Se lo cerchiamo nel mondo spirituale siamo portati a credere di poterlo trovare all’interno di noi. Una massima dice: la risposta è dentro di te. Una battuta invece dice: la risposta è dentro di te, ma è sbagliata. Ambedue le affermazioni sono vere perché si riferiscono a due esseri diversi. Uno vero e l’altro falso. Come si fa a sapere quale é l’Io interiore che contiene tutte le risposte della vita? Dalla felicità. Nel primo caso si sa solo che si è felici, sia pure per un attimo, si è completamente, immensamente e interamente felici e più correttamente si dovrebbe chiamarla beatitudine. Nel secondo caso sappiamo solo, che a dispetto di ogni altra cosa, momentanea soddisfazione o eccitazione, non si è veramente felici. 
Aivanhov, definendo la natura umana, parla della coesistenza di una natura inferiore e di una natura superiore. All’interno di ognuno è una continua lotta tra due esseri (o stati di essere) in competizione che Aivanhov chiama Personalità e Individualità. “Persona “ è la maschera e in ogni incarnazione la maschera è diversa, “Individualità” è l’abitante della maschera, colui che non cambia, il vero Sé divino.Continua...
I SETTE ASPETTI DELLA NUOVA COSCIENZA
I SETTE ASPETTI DELLA NUOVA COSCIENZA
di Ervin Laszlo

Il grande compito, la grande sfida del nostro tempo è cambiare se stessi.
Questo elenco delle principali caratteristiche della nuova visione, della nuova coscienza, è scritto per stimolare la trasformazione, perché è possibile acquisire una nuova consapevolezza, perché tutti possono evolvere, tante persone l'hanno già fatto ed è diventata una conditio sine qua non della nostra sopravvivenza sulla Terra.
La prima caratteristica è l'olismo, la visione olistica, per contrastare la visione frammentaria, disciplinaria, atomistica, che separa tutto: la mente dalla natura, l'uomo e la società dalla biosfera, e tutti i campi della realtà l'uno dall'altro. La visione olistica è proprio quella comprensione Continua...
I FIGLI DELLA LUCE
I FIGLI DELLA LUCE




 


I Figli della Luce si nutrono di Pace, Libertà, Amore, Giustizia, Grazia, Benevolenza, Comprensione, Compassione, Generosità, Bontà, Luce, Verità, Positività, trasmettendo tutto questo intorno a loro. Le creature che vengono in contatto con i Figli della Luce percepiscono la Positività dell’operato della “Luce Amore” e uno stato di benessere entra in loro. Non sono consapevoli della fonte di questa Positività, ma stanno volentieri in compagnia dei Figli Luce dispensatori d’Amore.
Continua...
UNA SPIRITUALITA' ECOLOGICA
UNA SPIRITUALITA' ECOLOGICA
di Matthew Fox

L’ecologia e la spiritualità sono le due facce della stessa medaglia. La religione deve lasciar andare i dogmi in modo da poter riscoprire la saggezza del mondo.
Come dovrebbe essere una religione ecologica? Negli ultimi 300 anni l’umanità è stata coinvolta in una grande desacralizzazione del pianeta, dell’universo e della propria anima, e questo ha dato origine all’oltraggio ecologico. Saremo capaci di recuperare il senso del sacro? Continua... 
L’ORA DI DIO
<b>L’ORA DI DIO</b>







Sri Aurobindo
Vi sono momenti in cui lo Spirito dimora tra gli uomini e il Respiro del Signore aleggia sulle acque del nostro essere; ve ne sono altri nei quali si ritira e gli uomini vengono lasciti agire con la forza o la debolezza del loro egoismo.
I primi sono periodi nei quali anche un piccolo sforzo produce grandi risultati e cambia i destini; i secondi, quelli in cui anche un grande lavoro porta a scarsi risultati. E’ vero forse che gli ultimi sono preludio per i primi; forse il soffio del sacrificio che sale fino al cielo fa scendere la pioggia della bontà di Dio.
Infelice è l’uomo o la nazione che al giungere del momento divino è addormentato i impreparato a riceverlo, perché
Continua...
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AZIONE NATURA E FEDE: KARMA GUNA E SHRADDA



di Paolo Quircio

“Quando la mente è fermamente convinta che Brahman è reale e l’universo irreale, è ciò che chiamiamo viveka, la discriminazione tra il Reale e l’irreale.”
 Adi Shankaracharya ‘Viveka Chudamani’, XX      

Questo è il concetto principale, fondante, dell’Advaita Vedanta, il Vedanta non dualistico, così come è stato formulato dal grande filosofo e mistico indiano Adi Shankaracharya, vissuto, probabilmente, tra il 788 e l’820.
Brahman, infinito, mai nato, eternamente esistente, che tutto pervade, è l’unica realtà. Prakriti, la natura sensibile, a volte indicata anche come Jagat, l’Universo, o Maya, il velo dell’ignoranza, è un’illusione, una creazione della mente. Così come il sogno è creato dalla mente di chi dorme e al suo risveglio non esiste più, così l’erronea identificazione con il corpo e la mente dà luogo nell’individuo, il Jiva, ad una sorta di sogno apparentemente molto reale, destinato comunque a dissolversi con il risveglio spirituale, la profonda presa di coscienza che la nostra vera realtà non è quella illusoria dei sensi di percezione e della mente che li coordina, ma l’Atman, il riflesso del Brahman che è in tutti noi, come l’unico Sole che si riflette in innumerevoli pozze piene d’acqua. Il raggiungimento della consapevolezza che ognuno di noi è in essenza divino elimina Avidya, l’ignoranza spirituale, e ci rende pronti per il Samadhi, lo stato di comunione col Divino, e quindi per Moksha, la liberazione dal Samsara, il ciclo di rinascite e morti.

Ottenere l’illuminazione è cosa estremamente difficile. È un percorso lungo e complesso che richiede un numero grandissimo di vite ed un immenso sforzo di volontà. Per capire quanto sia lungo e complesso il percorso di ritorno alla fonte divina da cui tutti veniamo, è indispensabile conoscere e comprendere la legge del Karma. Karma in sanscrito vuol dire ‘azione’, e la legge del Karma prevede che ad ogni azione corrisponda un’azione uguale e contraria. Potrebbe sembrare che chi si comporta bene in una vita verrà premiato nella vita seguente, mentre chi si comporta male verrà punito. Ma bene e male sono categorie umane, abbastanza mutevoli peraltro; cose che qualche secolo fa erano considerate immorali oggi sono ampiamente accettate e viceversa. La linea guida, più che il bene e il male, è il Dharma. Spesso tradotto con la parola ‘rettitudine’, Dharma ha anche altri significati, come ‘disciplina’, ‘religione’. Il suo significato più importante, però, non si riferisce tanto all’etica, quanto al percorso spirituale: Dharma è ciò che ci fa progredire in questo percorso, Adharma, la sua negazione, è ciò che ci ferma o addirittura ci fa tornare indietro, un po’ come nel gioco dell’oca.  

Quindi non è tanto una questione di punizioni e ricompense, quanto un avanzare o retrocedere in un percorso formativo di elevazione spirituale verso il Divino che tutti noi siamo chiamati a compiere. Una vita non basta a sperimentare e capire fino in fondo le infinite varietà di situazioni, emozioni, rapporti personali e sociali e, soprattutto, il nostro rapporto con noi stessi e col Divino. Per passare dallo stadio di essere umano appena uscito dallo stato animale a quello di Jivanmukta, l’uomo che ha realizzato la sua natura divina pur essendo ancora in vita, di nascite ce ne vogliono moltissime e in ognuna di esse ci troviamo a vivere nelle condizioni e con un bagaglio di tracce caratteriali creati nelle esistenze precedenti. Ciò che ci accade non può non accadere. Non possiamo cambiare il nostro attuale destino, che è stato da noi creato nelle nostre vite precedenti.

Quello che però possiamo cambiare è il modo in cui noi viviamo le situazioni in cui inevitabilmente ci veniamo a trovare. Agli stessi identici accadimenti si può reagire in una grande varietà di modi. Dalla rabbia all’indifferenza, dalla rassegnazione passiva all’accettazione comprensiva, solidale e piena d’amore. Non c’è bisogno di leggere le Sacre Scritture per capire ciò, basta guardarsi intorno e osservare l’umanità che ci circonda e, meglio ancora, il nostro proprio comportamento.

Per capire bene le cose e le persone che abbiamo intorno, come sono e come agiscono, ma soprattutto per capire davvero a fondo chi siamo e perché viviamo in un modo e non in un altro e come possiamo cambiare la nostra natura e portarla verso una più alta e consapevole spiritualità, è necessario comprendere un’altra componente essenziale del Vedanta: i Guna.

La parola Guna viene solitamente tradotta con ‘qualità’, anche se sarebbe più appropriato usare la parola ‘tendenza’. I Guna sono tre: Sattva, Rajas e Tamas. Il primo indica la purezza, il secondo l’azione e la passione, il terzo, Tamas, l’inerzia. Queste tre qualità o, come detto, tendenze, pervadono l’intero Universo, ogni cosa e ogni essere vivente. Inoltre determinano i comportamenti e le attitudini.
“Purezza, passione e inerzia - queste qualità, O potente Arjuna, nate dalla Natura, legano saldamente al corpo colui che si è incarnato, l’Indistruttibile!” Bhagavad Gita XIV, 5

Dove per l’Indistruttibile si intende ovviamente l’Atman, il riflesso nell’individuo del Brahman universale. Quindi i Guna non sono semplicemente aspetti della Natura, ma ne sono l’essenza stessa. Guna, Prakriti, Jagat, Maya, in realtà sono nomi diversi che designano un’unica cosa, la realtà sensibile, identificandoci con la quale ci troviamo invischiati nelle panie del Samsara, il ciclo di nascite e morti.
Molto raramente i Guna si trovano isolatamente, sono per lo più presenti in combinazione tra loro e dalla prevalenza dell’uno o dell’altro dipende la qualità globale di una cosa o di una persona e, nel secondo caso, il suo carattere e il suo comportamento. Una persona serena, spirituale, generosa, che tende ad aiutare gli altri senza aspettarsi ricompense avrà una tendenza prevalente al Sattva, con una componente di Rajas che le permette di essere attiva. Una persona tesa, iperattiva, aggressiva, iraconda, manifesta una preponderanza di Rajas con una buona componente di Tamas, che indirizza la sua attività e la sua passione in modo distruttivo.

La persona caratterizzata da una prevalenza di Tamas sarà pigra, indolente, tendente all’inerzia. Ovviamente, tra un individuo quasi esclusivamente Sattvico, come può esserlo un grande Maestro spirituale o un santo, e uno totalmente Tamasico, un demone, c’è una scala di valori e di caratteri più o meno infinita.

Secondo la cosmogonia vedica, all’inizio era la quiete più totale, una quiete in cui i tre Guna erano in assoluto equilibrio tra loro. Proprio questo equilibrio tra i Guna permetteva all’Universo di rimanere nello stato potenziale, senza manifestarsi. Ma così come esiste il Karma degli individui, delle famiglie, dei gruppi sociali e delle nazioni, così esiste il Karma dell’intero Universo. Quindi, per motivi karmici, i tre Guna hanno cominciato ad essere sbilanciati tra di loro. Questo disequilibrio ha fatto sì che l’Universo cominciasse a muoversi. Inizialmente come Shabdabrahman, la vibrazione primordiale, il suono senza suono. Nel suo ‘Meditazione e Mantra’, Swami Vishnudevananda definisce lo Shabdabrahman “La lunghezza d’onda percepita come Dio”. Da esso, per espansioni e differenziazioni, gradualmente ha preso forma il mondo sensibile così come lo conosciamo, passando dall’estremamente sottile, energia divina, causale, via via al sempre più grossolano, il mondo materiale. La creazione del mondo grossolano, quello della materia, ovviamente non esclude i permanere del mondo, ovvero dei mondi, sottile; ed è proprio il ritorno al sempre più sottile la chiave del percorso dello Yoga.

            In ‘Bliss Divine - Il Libro della Divina Beatitudine’, il grande santo e divulgatore dello Yoga Swami Sivananda ci dice: “Condurre una vita virtuosa non è sufficiente in sé per ottenere la realizzazione di Dio. È assolutamente necessario raggiungere la concentrazione della mente.
Una vita buona e virtuosa prepara semplicemente la mente ad essere uno strumento adatto alla concentrazione e alla meditazione. Sono la concentrazione e la meditazione che alla fine conducono alla realizzazione del Sé. […] La meditazione è l’unica via regale per il conseguimento della salvezza, di Moksha. È una scala misteriosa che conduce dalla terra al cielo, dall’errore alla verità, dalle tenebre alla luce, dal dolore alla beatitudine, dall’inquietudine alla pace permanente, dall’ignoranza alla conoscenza. Dalla mortalità all’immortalità.”

           Questo lavoro preparatorio alla meditazione, la chiave che apre la cella in cui siamo rinchiusi, che ci conduce ‘Dalla mortalità all’immortalità’, si effettua lavorando sul cambiamento dei Guna in noi. Dove sentiamo l’inerzia e la pigrizia prevalere, Tamas, dobbiamo utilizzare il Rajas dell’azione e della passione per liberarcene. Ma dopo aver usato Rajas per sconfiggere Tamas, dobbiamo gradualmente trasformare questo stesso Rajas in Sattva. Una prevalenza in noi di Sattva sarà ciò che ci permetterà di avvicinarci con atteggiamento positivo e fattivo allo Yoga e quindi alla meditazione. 

È importante non dimenticare che anche Sattva, per quanto sottile e positivo, è pur sempre un Guna e, come tale, dà attaccamento, l’attaccamento alla felicità.“Quando l’osservatore non vede altro agente che i tre Guna, conoscendo ciò che è al di sopra di essi, egli arriva al Mio Essere”“L’incarnato, essendo andato oltre i tre Guna da cui si è evoluto il corpo, si libera da nascita, morte, decadenza e dolore e raggiunge l’immortalità.” B.G. XIV 19-20  Una volta un anziano Swami mi raccontò questa storia: un mercante che viaggia per affari si trova ad attraversare un bosco solitario, dove viene aggredito da tre ladri. Dopo averlo derubato dei suoi averi, uno dei tre propone di ucciderlo, il secondo dice di legarlo ad un albero, cosa che fanno prima di andarsene per la loro strada. Dopo un po’ di tempo il terzo ladro torna dal mercante, lo slega e lo accompagna fino alla strada. Qual è il significato della storia? Il primo ladro è il Tamas, che ti uccide; il secondo è il Rajas, che ti lega e se ne va, mentre il terzo ladro è ovviamente Sattva, che ti scioglie le corde e ti accompagna sulla giusta strada. Ma è pur sempre un ladro che ti ha rubato i tuoi averi più preziosi!

            Quello che Swami Sivananda e questa breve storia ci dicono è che il percorso di trasformazione che deve avvenire in noi attraverso lo Yoga, non può non avvenire che attraverso i Guna, perché sono ciò di cui disponiamo. La trasformazione consiste nel graduale passaggio dal più letale al meno pericoloso dei tre, consapevoli del fatto che anche da Sattva bisogna staccarsi e che solamente la meditazione ci farà fare quel salto finale e decisivo verso Moksha, la liberazione dal ciclo di nascite e morti.

            Il percorso di trasformazione interiore, di passaggio tra la prevalenza di Tamas a quella di Sattva, inevitabilmente si traduce in una trasformazione del nostro rapporto col Divino. Negli ultimi capitoli della Bhagavad Gita Sri Krishna spiega ad Arjuna, e quindi a tutti noi, come i Guna si manifestino in ogni cosa che pensiamo, sentiamo e facciamo. Nel cibo che prediligiamo, nel modo in cui offriamo i sacrifici, pratichiamo le austerità o facciamo la carità. Si manifestano nei tre gradi della rinuncia, della conoscenza, dell’azione e di come si compie l’azione stessa. Per finire, ci spiega come caratterizzino l’intelletto, la fermezza, il piacere. Ma l’aspetto più importante della manifestazione dei Guna è quello che essi hanno sulla fede, Shraddha:

“Triplice è la fede dell’incarnato ed è insita nella sua natura—la Sattvica (pura), la Rajasica (passionale), e la Tamasica (buia). Ascolta questo.”
“La fede di ognuno è in accordo con la sua natura, O Arjuna! L’uomo consiste della sua fede; com’è la sua fede, così egli è”. B.G. XVII 2-3
          
  “In accordo con la sua natura”, la natura innata in ognuno di noi, così come viene determinata dalle azioni compiute nelle vite precedenti. Come detto prima, a livello pratico la legge del Karma può apparire inesorabile, senza vie d’uscita, e in effetti in qualche modo lo è. Ma è importante capire che le cose apparentemente terribili che ci accadono nella vita non sono punizioni inflitte da un Dio crudele, né il passatempo di un Dio capriccioso e bizzarro. È importante cogliere l’aspetto pedagogico di questi accadimenti.

Swami Vishnudevananda, allievo di Swami Sivananda Saraswati e fondatore di una delle più importanti scuole di Yoga del mondo, diceva che non ci sono Karma buoni e Karma cattivi, ma Karma buoni e Karma piacevoli. Lo scopo ultimo di ogni reincarnazione è quello di morire migliori di come siamo nati, di procedere nel percorso millenario di evoluzione spirituale. La vita spensierata e sensuale della persona benestante che si occupa esclusivamente del proprio piacere non procura alcuna evoluzione spirituale; una vita irta di difficoltà, a volte dolorose, ci può far capire la vacuità dei nostri sogni e dei nostri desideri, portandoci a dare il giusto peso sia ai beni materiali che a quelli spirituali, a cambiare la nostra scala di priorità.  

“L’uomo sattvico adora i Deva, il rajasico i Yaksha e i Rakshasa, mentre il tamasico adora i Preta e le schiere dei Bhuta.” B.G. XVII, 4
Nel suo straordinario commentario alla Bhagavad Gita, Sri Paramahansa Yogananda così spiega questo sloka:
“Gli uomini sattvici, o uomini buoni, adorano i Deva (le divinità), incarnazioni delle qualità spirituali.
Gli uomini rajasici, mondani e passionali, adorano gli Yaksha, (spiriti custodi della ricchezza) e i Raksha (demoni del mondo astrale e giganti molto potenti e aggressivi).
Gli uomini tamasici e indolenti adorano i Preta (spiriti dei morti) e i Bhuta (fantasmi ed esseri elementali).”

Basta guardarsi attorno e senza nessuno sforzo particolare si possono vedere nella società che ci circonda tutti questi personaggi descritti dalla Gita, ovviamente non in maniera così schematica, in bianco e nero, ma con la graduale scala dei grigi. Da una parte ci sono gli uomini buoni e spirituali, miti, generosi ed altruisti, desiderosi di migliorarsi e crescere spiritualmente.
Poi gli adoratori di Mammona, che hanno come solo scopo nella vita quello di diventare ricchi e potenti e non guardano in faccia a nessuno per ottenere ciò che vogliono, pronti a camminare su qualsiasi scheletro pur di raggiungere i propri obiettivi.
Infine gli inerti, frequentatori di sedute spiritiche, superstiziosi, parassiti, sia fisici che energetici, che a causa della loro pigrizia ed apatia rimandano sempre a data da definire qualsiasi impegno di crescita.

Quindi l’uomo è ‘Shraddhamaya’, è fatto della sua fede, del tipo di fede che nutre; perché la qualità della sua fede esprime il suo livello di evoluzione spirituale; la fede pura, a sua volta, migliora o, per così dire, accelera il suo percorso karmico di ritorno alla Fonte Divina. L’uno fa crescere l’altro. Come quando si fa una salita ripida si va avanti con un piede alla volta e ognuno dei due permette all’altro di andare un po’ più avanti, così la fede fa aumentare l’evoluzione spirituale e l’evoluzione spirituale fa aumentare la fede. Spesso accade che le pratiche yogiche, iniziate a volte senza un preciso obiettivo spirituale, conducono, quasi inaspettatamente, a provare la fede, ed è proprio questa fede che permette di fare il grande salto in avanti nel cammino spirituale, diventandone il motore profondo. 

Perché la fede non può e non deve essere una fede cieca, che prescinde dall’intelletto e dalla razionalità, deve essere una fede consapevole, consapevole che la nostra vera, profonda essenza è divina. Un grande santo indiano dello scorso secolo, Swami Vivekananda, usava dire ai suoi allievi: “Non dovete credere a nulla, dovete sapere. E lo Yoga vi fornisce gli strumenti per ottenere la conoscenza”. Conoscenza spirituale che non ha senso se non è conoscenza diretta, sperimentata in prima persona. Swami Sivananda parlava con ironia del ‘Vedanta da salotto’, il ‘Vedanta a parole’, al punto di dire al lettore dei suoi propri libri: “Lascia questo libro e vai a praticare”. In effetti i libri, le lezioni, la conoscenza teorica sono solo degli strumenti che guidano il praticante, l’aspirante spirituale fino al punto in cui diventa capace di superare ‘le porte della percezione’, il mondo sensibile.

“Per colui che conosce il Brahman, i Veda sono della stessa utilità di un piccolo serbatoio d’acqua quando l’alluvione arriva da ogni lato” B.G. II, 46
Persino i Veda, considerati ‘Sruti’, ciò che si è sentito, in quanto scritti da grandi santi e veggenti che avevano raggiunto il contatto col Divino; i Veda, venerati come Verbo divino, massima fonte di saggezza spirituale, diventano inutili davanti al potere dell’illuminazione, della presa di coscienza profonda e consapevole della nostra vera natura, quella divina. Sapere tutto dell’altrui saggezza non ci rende automaticamente saggi, eruditi forse si, ma saggi no.

Solo la pratica diretta e costante, Abhyasa, può operare questo ‘miracolo’, può trasformare un individuo ordinario in un essere altamente spirituale, riavvicinandolo alla fonte divina da cui tutti proveniamo. Può realizzare ‘Yug, l’unione tra Atman e Brahman, tra l’anima individuale e l’anima cosmica, che già esiste e che è sempre esistita, ma di cui non ci rendiamo conto, illusi come siamo dalla nostra ignoranza spirituale. L’ignoranza spirituale che è l’unico vero ostacolo che si frappone tra noi e la nostra vera, profonda essenza: Ananda, la beatitudine divina.  
Hari Om Tat Sat
 
Paolo Quircio
Roma,  03-03-2017

Per Approfondire: 
Bliss Divine - Il libro della Beatitudine Divina 
Il vero scopo della vita umana e i mezzi per conseguirlo
Edizioni Il Libraio delle Stelle


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