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Info
rilegatura: brossura
formato: 14,5 x 21 cm.
pagine: 264
ISBN: 978-88-6118-008-6
Editore: FioriGialli edizioni
Anno di pubblicazione: maggio 2009
Euro: 16.00
Approfondimenti
Indice dell'opera
Introduzione di Sonia Savioli
Il tuo posto nella grande famiglia
Maggio la mungitura
Agosto come fare a meno della scuola
Altri libri consigliati
Una Gioia Silenziosa
Notizie sull'autore
Cenni biografici

STAMPA
Maggio la mungitura << torna indietro
Maggio La mungitura Le pecore vengono giù alla stalla quando le chiamo, di prima mattina, con la lana bagnata di rugiada e cosparsa di fiori gialli e profumati. Si vede che stanotte sono state sdraiate sotto le ginestre nel campo di sopra.

Noi abbiamo un richiamo rituale: “Sheep! Sheep! Sheep! Come on, Come on, Come on!” Le pecore sanno che c’è una manciata di orzo nelle mangiatoie e arrivano giù al galoppo. Questa prontezza nella risposta ha meravigliato la prima volta il veterinario, abituato a lunghe attese mentre si cercano gli animali da curare e, non sapendo dell’orzo, ha esclamato: “Parlano l’inglese!”

Forse la mancanza di oggetti eleganti a casa nostra può far credere che disprezziamo l’estetica, ma tutti i giorni, godo della vista di tante piccole bellezze. Questa lunga lana pulita e infiorata ne è un bell’esempio e, mentre mi chino per mungere la prima pecora, Shiney, figlia di Elderflower, mi colpisce la vista del latte bianchissimo, spumeggiante nella vecchia pentola e l’oro della paglia pulita per terra. Anche la pentola mi dà un senso di soddisfazione perché, persi i manici, non serve più in cucina, eppure è perfetta per la mungitura.

In Umbria si munge stando accovacciati dietro la pecora, ma le nostre pecore sono sarde e quindi più basse e noi usiamo il sistema sardo, ossia mettiamo la pecora fra le gambe e stiamo chini verso la coda. Questo abbraccio stretto mi sembra un modo migliore di mungere, si capisce così lo stato di salute della pecora, si sente se è grassa o magra e l’umore che ha in quel momento.

Quest’anno sono diciotto le pecore che stiamo mungendo. Ognuna ha un atteggiamento diverso nel momento della mungitura. Shiney ha preso il posto della mamma nella fila: desidera a tutti i costi essere lei la prima. Appena finisco di mungerla, si ac- costa a me Angelica, una pecora molto bella, col muso bianco e lo sguardo dolce. Mentre la mungo, penso a quello che mi ha detto da poco la mia amica cinese Jessica: il carattere cinese per la parola “bellezza”, mei, è costruito sulla base del carattere che significa “pecora”, perché i cinesi considerano che la natura pacifica e serena delle pecore dia l’idea della bellezza.

Angelica non si allontana quando è stata munta. Mi accompagna per tutta la stalla, con il muso vicino alla mia testa abbassata. Mi soffia piano, piano nell’orecchio, mi mordicchia affettuosamente i capelli, come fanno le pecore fra di loro, oppure sento le sue narici che scorrono lungo un braccio, un po’ come fossero una serie di baci romantici.

Ci sono pecore che non vengono proprio da sole a farsi mungere, ma si piazzano vicine e mi guardano di sottecchi come per dire “ora tocca a me!” Ce ne sono alcune che si fanno rincorrere ma, come in un gioco da bambini, appena metto loro una mano addosso, si fermano. E poi, per ultime, ci sono tre pecore giovani che ancora non si sono abituate ad essere munte e qui si entra nell’ordine di una competizione sportiva vera e propria. Le prime volte si tratta di afferrarle cercando di non sembrare violenti, ma poi di non mollarle per nessuna ragione, anche se saltano per tutta la stalla. Di prima mattina, appena alzata dal letto, questo non è per niente divertente.

Luigi, quando mungeva, spruzzava i primi due schizzi per terra. Era una questione d’igiene, ma la ritualità del gesto dava l’impressione di una libagione alla terra e io lo imito, sempre divisa fra le due spiegazioni.

Le tette delle pecore sono come quelle delle donne: di una varietà veramente sorprendente. Alcune sono grandi e facili da afferrare, alcune sono piccole e sfuggenti. Le forme sono tante quante le singole pecore. Poi c’è la pelle liscia e soda di quelle giovani, quella raggrinzita e stanca di quelle più vecchie. Anni fa, avevamo una pecora, Clara, che aveva tanto latte ma capezzoli piccolissi- mi: ci mettevamo tanto tempo a mungerla, ci facevano male le mani. Una volta, incontrando il vecchio Orlando, gliene parlai, aspettando una risposta sbrigativa del tipo “Ammazzatela!”. Invece Orlando disse: “Dio ci manda le tette grandi e quelle piccole e noi ci dobbiamo accontentare!”

La prima volta che abbiamo munto la nostra prima pecora, ci abbiamo messo venti minuti, con Martin che la teneva e io che cercavo di mungere. Dopo, sudati ed esausti, ci siamo chiesti: “Come fanno quelli con quattrocento pecore?” Ma era solo la mancanza di esperienza di tutti e tre. Ora ci mettiamo pochi minuti per ogni pecora e siamo diventati abili nel capire quando una pecora sta per scappare o cagare nel latte.
 
I pastori non hanno le mani come i contadini, hanno le mani belle, perché due volte al giorno, maneggiando le pecore, fanno un bagno di lanolina, che è la base delle creme per le mani. Quando mungo, con le pecore fra le gambe, mi domando quante mie amiche hanno le cosce così cosparse di lanolina! Ci sono cure di bellezza prettamente rurali! Ho letto di un famoso pianista tedesco che, per mantenere flessibili le dita per i suoi concerti, teneva una mucca e la mungeva di persona tutti i giorni.

Finito di mungere, metto un po’ di latte in un piattino per la gatta Ermione che vive nella stalla e ripasso mentalmente i nomi per controllare se ne ho dimenticata qualcuna: Shiney, Angelica, Puntina, Mora, Nora, Camomilla, Rosy, Arlecchina, Lilly, Giacinta, Mascara, Matilda, Fortuna, Luna, Lunetta, Oliva, Antonia, Fatima: non ne manca nessuna. Apro il cancello della stalla ed escono lentamente, poi si fermano sotto il fico, gli occhi socchiusi, godendosi il sole che sorge sui pascoli di maggio.
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