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Info
rilegatura: brossura
formato: 15 x 21 cm.
pagine: 348
ISBN: 978-88--6118--011-6
Editore: FioriGialli edizioni
Anno di pubblicazione: 2012
Euro: 20.00
Approfondimenti
Indice dell'opera
Introduzione di Etain Addey
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Notizie sull'autore
Freya Mathews

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Introduzione di Etain Addey << torna indietro
In questo momento, è comune a molte persone delle società moderne la sensazione di essere in un vicolo cieco, circondati da grandi problemi ambientali, sociali ed esistenziali e soprattutto di essere privi di una cultura fertile che ci accomuni nella ricerca della via d´uscita. Non sappiamo più neanche cosa sia la cultura, cosa la nutra, da dove venga: ovunque guardiamo, vediamo riflesso negli altri lo smarrimento e il senso di impotenza.

Quello che invece comincia a diventare chiaro è che rappezzare il nostro povero abito non basti, bisogna indagare le basi filosofiche della modernità, le sue premesse metafisiche, domandarci con coraggio se non sia proprio il taglio dell’abito a essere sbagliato.

In Riabitare la realtà, Freya Mathews ci rivolge un invito assolutamente radicale per noi moderni: sperimentare, nella nostra personale vita quotidiana, la possibilità che il mondo fisico, il luogo dove viviamo, parli direttamente a noi, parli “con sorprendente, poetica precisione e inventiva”.

La sua visione filosofica, frutto di quarant´anni di ricerca nel contesto di una vita accademica occidentale, ma istruita anche dal taoismo e dalla cultura degli aborigeni australiani, è a suo dire vòlta a rispondere al quesito posto dall´esistenza del mondo, senza rinunciare al dubbio e all’uso della ragione.

La sua versione del “panpsichismo” ipotizza un cosmo fisico presente a se stesso, fonte esso stesso di significato psichico. Questa ipotesi non-dualista scardina la metafisica implicita della modernità che separa la materia dalla mente e poi colloca quest’ultima unicamente nell’essere umano. La premessa dualista, che sta alla base del pensiero moderno e quindi della nostra società, viene qui presentata come causa dell’odierna, disastrosa perdita di cultura.

Come dobbiamo vivere? Possiamo provare, in via sperimentale, a riformulare questa nostra antica domanda all’interno di una visione molto più ampia della realtà. “Questo universo è un’unità, un Uno, un campo di soggettività, che si autodifferenzia anche in una Molteplicità ... di singoli soggetti.”

La realtà sarebbe quindi un ordine comunicativo: il senso della vita sarebbe non l´accumulazione di conoscenze, bensì l´incontro erotico, in senso lato, con le altre parti della molteplicità e il dialogo con l´Uno. In altre parole, Mathews teorizza il cosmo fisico come una vasta soggettività: le apparenze del mondo nascondono un´interiorità proprio come il nostro corpo possiede l´interiorità che sentiamo dentro di noi.

E come possiamo relazionarci con questà Unità? Quali sono le potenzialità della nostra relazione con una realtà viva? Mathews suggerisce che possiamo imparare a fidarci del mondo, ad assecondarlo invece di manipolarlo, a farci portare nel grande flusso invece di nuotare controcorrente. Il mondo non è materia inerte e noi non siamo gli architetti del Tutto; ognuno di noi è invece contenuto nel proprio luogo che è il viso familiare del cosmo intero. In questo luogo, se ci mettiamo in ascolto, il mondo può aprire con noi un dialogo. Così il luogo fisico e la nostra relazione di devozione a esso si rivela come la vera fonte della cultura.

È molto difficile per noi occidentali immaginare un dialogo del genere, un dialogo abbandonato forse proprio nel momento della nascita della nostra tradizione filosofica, nel momento storico della separazione materia-mente. Mathews non ci invita a una fusione romantica, a una participation mystique, ma offre uno sguardo ragionato su possibilità dimenticate da molti secoli in Occidente e racconta alcune sue esperienze personali per indicare possibili interazioni dialogiche. Ci fa osservare che se il mondo ci risponde, nel suo linguaggio di fenomeni fisici, di corpi e situazioni, questa risposta è già “una rivelazione metafisica del più alto livello ... un ricco punto di partenza per ulteriori esplorazioni filosofiche.”

La prima parte del libro introduce alla visione non-dualista e la contrasta con i risultati del dualismo insito nelle premesse della modernità: il capitalismo, il consumismo, la mercificazione, il “progresso” e lo “sviluppo”, la nostra profonda solitudine esistenziale, la nostra povertà culturale. Quelle culture indigene che non hanno subito gli effetti della modernità vedono ancora il singolo muoversi in un flusso più grande di lui, accolto dal cosmo in un dialogo costante.

Mathews esamina la differenza fra l´indigeno che abita il suo luogo con la devozione di chi si sente abbracciato dal mondo e la persona moderna che, sradicata dal terreno e quindi dalla fonte della cultura, è costretta a inventarsi la propria vita in un monologo solitario, fatto di astrattezze invece che dell’abbraccio del mondo.

Forse, per chi si dibatte fra i disastri ecologici e sociali del nostro tempo, e specialmente per chi ha esplorato il pensiero dell’ecologia profonda e del bioregionalismo, riflettendo a lungo sulla relazione con il proprio luogo, questo tentativo di ricomporre il dialogo fra il proprio sé e il mondo materiale può rivelarsi il tassello mancante per andare oltre il tradizionale ambientalismo. Non basta avere cura dei suoli, dei mari, della montagna e delle paludi, occuparsi della sopravvivenza delle specie vegetali e animali, ma è necessario comprendere la natura interiore della materialità tutta.

Questo significa resistere alla tentazione di imporre le proprie idee astratte alla materialità senza riguardo per il “dato”, per quello che già esiste nel mondo, per quello che ci troviamo davanti, per i processi già avviati, per quello che, in fondo, il mondo stesso sta mettendo in atto. Noi ambientalisti siamo tentati di escogitare miglioramenti alla stregua di chi propende per il “progresso”: a noi piacerebbe rasare al suolo la brutta città industriale e sostituirla con un bel parco ecologico, per ricreare un paesaggio “incontaminato” - ma ecco che finiremmo per cadere nello stesso errore di chi agisce con il pensiero astratto usando il mondo come fosse argilla.

Possiamo invece assumere un atteggiamento di amorevole cura e rispetto verso tutto quello che troviamo sulla nostra strada, “lasciando stare” il mondo e collocandoci con fiducia nel suo grande flusso. È questa cura, questo atteggiamento di devozione per la materia del mondo che costituisce la vera fonte della cultura umana. a chi obietta che molti disastri attuali sembrano richiedere una risposta più agguerrita, Mathews risponde indicando la possibilità di far crollare il materialismo imperante usando con intelligenza le energie del dato, “delle cose come si presentano”, invece di lottare sempre da posizioni di opposizione, cosa che tende a polarizzare le parti in gioco. Il suo ragionamento sembra un segnale del riemergere in questa società della vera energia inclusiva, accogliente, del femminile.

La seconda parte di Riabitare la realtà spazia fra esperienze che illuminano alcuni aspetti della filosofia panpsichista di Mathews. racconta la vita nella fattoria di Julia per riflettere su come l´antico principio della fertilità sia in verità un filo narrativo che rende possibile la continuazione del mondo. esplora addirittura la possibilità che l’unità fisica dell’Universo sia di natura poetica, che sia la poesia a reggere le leggi della fisica.

Siamo in terreni magici, ma Mathews tiene i piedi per terra anche quando fa il resoconto di un colloquio sul senso del luogo tenuto in australia centrale alla presenza di una trentina di accademici, persone aborigene, artisti, musicisti e personaggi locali. Dopo alcuni giorni passati insieme, gli avvenimenti di Hamilton Downs portarono i partecipanti alla conclusione che “era il territorio ad avere in mano il copione”. Le risposte ricevute dal mondo furono sorprendenti e assolutamente personali: “Vuoi conoscere la natura della realtà - sembrava dire il luogo - bene, allora, prima che io possa darti delle risposte, dovrai raffinare le tue domande. Guardiamo i segreti nel cuore di chi chiede.”

Mathews cita un racconto, L’airone bianco, dove la narratrice americana Sarah Orne Jewett parla della grazia e del sé nativo, per indagare la natura dell’accoglienza offerta dal mondo all’essere umano, anche quando manca la cura di una famiglia. Quando il bambino costruisce il senso del proprio sé attraverso il legame con la madre, la sua energia primaria subisce inevitabilmente delle distorsioni legate al processo di socializzazione; quando invece deriva il senso del proprio sé da una relazione primaria con il mondo non umano, il suo impulso erotico, in senso lato – quello che potremmo chiamare la sua gioia di vivere - , rimane ampio, vitale, abbraccia il mondo, così come il mondo abbraccia ogni sua parte. Noi moderni sperimentiamo un legame primario con l’umano ma siamo spesso orfani rispetto al mondo perché il dialogo con il nostro luogo di vita è interrotto prima ancora di iniziare.

Completano il libro due esperienze personali di Freya Mathews, offerte con la generosità di chi non ha timore nel rendersi vulnerabile e non pensa prima di tutto a proteggere la propria reputazione accademica dal pensiero chiuso della modernità. Un viaggio, un pellegrinaggio, alla sorgente del torrente che scorre attraverso il suo quartiere di Melbourne è fonte di riflessioni sul significato psichico del territorio e i suoi diari scritti durante alcuni soggiorni solitari a Barramunga, in una casa in rovina, in una zona remota dell’australia, ci mostrano quanto siano sottili i messaggi che il mondo ci offre.
 
Per chi è disposto ad accettare il patto della vita con i suoi paradossi profondi e a farsi bastare il poco indispensabile, un luogo amato può parlare attraverso due anziani vicini, le pecore, gli eucalipti, l´airone. Il mondo offre compagnia, conforto, delizia, bellezza e un senso di accoglienza.

Sono pochi i filosofi che osano suggerire una prassi per la vita quotidiana: qui ci troviamo di fronte a una pensatrice seria che recupera la fonte traboccante della cultura nella terra sotto i nostri piedi e ci dice che il sé “parla al suo luogo, il luogo è il suo rifugio, il suo santuario, la sua casa del cuore; mette in comunicazione il suo percorso con la poesia. Il sé appartiene al luogo ... il sé è il suo indigeno.”

Etain Addey
Gubbio, maggio 2012
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