Il vero viaggio di scoperta non consiste
nel cercare nuove terre ma nell'avere nuovi occhi.

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Info
rilegatura: brossura
formato: 14,5 x 21 cm.
pagine: 264
ISBN: 978-88-6118-008-6
Editore: FioriGialli edizioni
Anno di pubblicazione: maggio 2009
Euro: 16.00
Approfondimenti
Indice dell'opera
Introduzione di Sonia Savioli
Il tuo posto nella grande famiglia
Maggio la mungitura
Agosto come fare a meno della scuola
Altri libri consigliati
Una Gioia Silenziosa
Notizie sull'autore
Cenni biografici

STAMPA
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Agosto
Come fare a meno della scuola

“La scuola è come una sentenza di condanna al carcere per dodici anni, dove le cattive abitudini rappresentano il solo programma di studi che venga realmente svolto. Io insegno a scuola e vinco premi così facendo. Dovrei saperlo.”
John Taylor Gatto 1991

Chi ha deciso di fare una vita fuori dagli schemi della società dei consumi si trova di fronte a un dilemma quando si tratta di mandare i figli a scuola. La scuola, sia pubblica che privata, tramanda i valori della società in modo esplicito ma anche con messaggi subdoli. Spesso le persone che abitano in campagna e fanno di tutto per provvedere alle necessità della vita con il lavoro della terra, hanno paura di provvedere poi all’istruzione dei figli perché hanno l’impressione di non esserne all’altezza.

I bambini si trovano allora a vivere due mondi difficili da conciliare, specialmente all’età di sei anni: quello della scuola, che riflette idee occidentali eurocentriche di consumo, profitto, e “progresso” basato sulla guerra permanente, ma velata, e il mondo di casa dove magari non ci sono televisione, macchina con l’airbag o scarpe Nike, bensì altri “beni” come cooperazione, cibo sano e casalingo, rispetto per gli animali, bisogni ridotti al minimo e divertimenti “fatti in casa”.

Insegnare ai figli a casa non è difficile. Lo hanno fatto gli esseri umani per millenni! È affascinante, pieno di momenti di entusiasmo e significa anche che il bambino è presente quando partorisce l’asina, quando c’è una festa spontanea, quando si vendemmia, in tutti i momenti felici e tristi della vita della famiglia allargata, significa una vita non frammentata.

Durante tutta la storia e preistoria umana, gli esseri umani hanno imparato in due modi: praticando i mestieri della soprav-vivenza umana accanto a chi ne era già esperto e ascoltando le storie raccontate con passione e coinvolgimento. La scuola sembra aver dimenticato entrambi questi metodi. Provate a ricordare i “fatti” della storia o della biologia imparati sui banchi. Ci ricordiamo solo quelli che per qualche motivo ci hanno colpito a livello emotivo, spesso perché c’era un professore veramente appassionato della sua materia. Sappiamo che durante tutta la carriera scolastica si è fortunati se se ne incontrano tre così bravi! Spesso invece la nostra esperienza scolastica è fatta di noia o di umiliazione.

Ai nostri figli abbiamo insegnato qui in campagna e ora vorrei raccontare solo un episodio di tanti anni fa per illustrare quanto sia potente per un bambino una storia coinvolgente.

Quando Melissa aveva cinque anni, le abbiamo letto il romanzo di John Steinbeck che in italiano si chiama Furore (The Grapes of Wrath). È la storia di una famiglia di poveri contadini dell’Oklahoma che negli anni trenta è costretta dai debiti a lasciare il piccolo podere divenuto ormai proprietà di una banca. Il vento si era portato via la terra arida e polverosa e i raccolti stentavano, ma la banca assumendo operai con nuovi trattori riuscirà a far lavorare enormi estensioni di terra dove non abita più nessuno.

Noi seguivamo la storia drammatica della famiglia Joad, composta da mamma, papà, nonni e sei figli di nome Noah, Tom, Al, Rose of Sharon, Ruthie e Winfield, il genero Connie e un predicatore di nome Casy che li accompagna, ma la stessa sorte toccava a migliaia di contadini delle Grandi Praterie, ridotte ad un deserto dalla siccità. Così Steinbeck riesce, raccontando le speranze e i dolori dei Joad nella loro migrazione forzata verso la terra promessa della California, a farci capire la tragedia sociale della Grande Depressione.

Benché la storia sia una tragedia dalle dimensioni enormi, i dialoghi sono molto umoristici e si ride molto. Quando il capofamiglia cerca di spiegare al nonno perché devono vendere tutti gli attrezzi agricoli e i muli e comprare un vecchio camion per anda-re a cercare lavoro in California, il nonno prende la lupara e chiede: “Dov’è questa Banca? Io le sparo, porca miseria. Mio nonno ha combattuto contro gli indiani per avere questa terra!” “Ma, nonno, la Banca non è una persona…”

Quando è ora di partire, il nonno viene addormentato con lo sciroppo per la tosse nel caffé e poi caricato sul camion mentre dorme. Sradicato dalla sua terra, è il primo a morire per strada e i Joad, con la morte nel cuore, sono costretti a scavargli una tomba anonima per non affrontare le spese del funerale.

Il cane viene ucciso sulla strada, il nonno muore, la nonna impazzisce e muore al confine della California, Rose of Sharon si lamenta durante il viaggio perché è incinta del primo figlio ed è piena di paure ma anche di sogni enormi. Sogna una casetta bianca in mezzo agli aranceti e tanti soldi. Il figlio più grande, Noah, a metà viaggio sparisce, come anche il neo marito di Rose of Sharon, spaventati dall’incontro con chi torna indietro dalla California raccontando di figli e mogli morti di fame.

Tom cerca di aiutare il padre, che non ha più il suo ruolo di uomo legato alla terra, a non perdersi d’animo, e di offrire appoggio alla mamma, che cerca disperatamente di tenere unita la famiglia. Tom ha portato con sé Casy, un predicatore che ha perso la sua fede cristiana e che, alla fine della storia, diventa un agitatore socialista in quella California piena di latifondisti che sfruttano la fame della gente per pagare una miseria chi raccoglie per loro la frutta a giornata. Si intravede l’inizio dell’idea del sindacato e anche Tom finisce ricercato dalla polizia per avere incoraggiato la gente a scioperare. Nonostante la tragedia umana, la storia è piena di bei momenti di vita e di speranza.

Per molti anni abbiamo sentito Melissa che giocava nei campi con i fratelli e gli amici e organizzava dei giochi dicendo, “Io sono Rose of Sharon e tu sei il Papà! Ora raccogliamo le pesche e tu sei il Padrone Cattivo che ci viene a dire che paga ancora meno di ieri! E tu sei Tom, che cerca di rispondergli. E tu sei Ruthie che mangia troppe pesche e poi non sa come funziona un gabinetto!”

Furore era una fonte infinita di bei giochi e dialoghi buffi. Qualche anno dopo, quando Melissa aveva forse otto o nove anni, un giovane ospite americano aprì sulla tavola della cucina una carta geografica degli Stati Uniti per farci vedere da dove veniva. Melissa la guardò un momento e poi cacciò un urlo di gioia.

“Mamma! Ecco l’Oklahoma! Dove abitavano Ma e Pa! Ed ecco la Strada 66! La strada che hanno preso per andare in California! Felicissima di aver visto che quei luoghi esistevano veramente, seguì con il dito Route 66, e lungo la strada ricollegava luoghi e avvenimenti che per lei erano leggendari, sentimenti umani entrati nel cuore.

“Ecco Sallisaw, dove hanno venduto i muli e comprato il camion! Ecco il Texas, dove si è rotto il camion e hanno comprato il pezzo di ricambio da quell’uomo con un occhio solo. E il New Mexico, dove hanno dormito con tante altre famiglie e hanno cantato insieme! E l’Arizona, dove la guardia al confine li ha trattati male, dicendo loro di non fermarsi. Qui è l’Arizona, dove la nonna ha cominciato a perdere la testa e dove hanno capito che la gente li odiava perché erano poveri e li chiamavano “Oakies”. Ecco il fiume Colorado! Dove Noah è scappato via senza dire niente a nessuno, tranne che a Tom. E qui c’è il deserto della California dove è morta la nonna e Ma non lo ha detto a nessuno fino all’alba, perché dovevano uscire dal deserto. Bakersfield, dove hanno sepolto la nonna. Ecco Pixley, dove quel padrone li voleva far lavorare perché i suoi operai scioperavano. Tulare! Dove Al si è fidanzato, dove Rose of Sharon ha partorito!”

Quante lezioni di storia e geografia ci sarebbero volute? Ma nessuno aveva detto a Melissa di imparare quei luoghi e quella storia. Li ricordava perché erano limpidi nella sua memoria, colmi di significati umani, parte di sé.

John Taylor Gatto, insegnante americano vincitore del premio Teacher of the Year, dice che le sette lezioni che ogni scuola insegna sono: la confusione, la classe d’appartenenza, l’indifferenza, la dipendenza emozionale, la dipendenza intellettuale, l’autostima provvisoria, e che non ci si può mai nascondere dalla continua sorveglianza.

Si pensa che l’istruzione sia una cosa fuori della nostra portata, che porterebbe via ore e ore del nostro tempo, ma Taylor dice: “Ci sono degli studi che illustrano la situazione dell’alfabetismo all’epoca della Rivoluzione americana, almeno nelle zone costiere dell’Est, che pare fosse prossima al 100%. Il libro di Tom Paine Common Sense vendette 600.000 copie rispetto a una popolazione di 3 milioni di unità, della quale il 20% era costituito da schiavi mentre un altro 50% da apprendisti servi. I coloni forse erano dei geni? No. La verità è che la lettura, la scrittura e l’aritmetica richiedono solo un centinaio di ore per essere apprese, se l’uditorio si impegna e ha volontà di imparare. La continua richiesta di “abilità di base” è una cortina fumogena dietro alla quale le scuole si accaparrano il tempo dei ragazzi per dodici anni.”

La cortina fumogena serve anche a nasconderci la verità: la scuola pubblica è servita alla rivoluzione industriale per “liberare” gli operai dai propri figli, una volta che le leggi hanno vietato l’uso del lavoro minorile, e a far sì che le madri e i padri potessero lavorare per chi detiene i capitali, invece di occuparsi della propria famiglia in maniera indipendente.

Nelle società indigene, laddove sopravvivono, l’istruzione “superiore” viene fatta al momento dell’iniziazione, e la differenza nell’atteggiamento degli adulti indigeni rispetto a noi è interessante. Noi occidentali mettiamo i nostri ragazzi sui banchi di scuola, volenti o nolenti, e li imbottiamo di informazioni. Invece i vecchi indigeni dicono “Se sei veramente in gamba e ti dimostri una persona valida, coraggiosa e laboriosa, forse ti riveleremo delle conoscenze importanti.”

Mircea Eliade, descrivendo le procedure di iniziazione presso gli indigeni Pitjandjara nel sud dell’Australia, riferisce che “gli etnologi sono rimasti colpiti dall’estremo interesse con cui i novizi ascoltano le tradizione mitiche e partecipano alla vita rituale.”

Una volta che un bambino è in grado di leggere, e che la trova un’attività affascinante (e questo dipende in gran parte dall’esperienza di sentirsi leggere delle belle storie da piccolo), agli adulti che lo circondano spetta il piacere di offrirgli libri o articoli interessanti, così come normalmente facciamo con i nostri amici adulti. John Holt, un grande educatore che ha smesso di fare l’insegnante ed è stato per tutta la vita un appassionato fautore della “scuola in casa”, racconta nel suo libro How Children Learn la storia di un bambino di sette anni, per spiegare come un bambino che sia libero di seguire i propri interessi sprizzi entusiasmo. Il bambino aveva visto sulla rivista National Geographic un articolo sul nuoto subacqueo.

“Come la maggior parte dei bambini, era affascinato dagli attrezzi da sub, e ancora di più dai pesci così colorati e così diversi che i sommozzatori vedevano e catturavano, e dall’idea della vita sottomarina. Tutto entusiasta, ne parlò alla mamma. Poco tempo dopo, lei gli trovò un altro articolo sui sommozzatori, ma questa volta non si tuffavano per prendere i pesci ma per cercare un tesoro – vasi, orci, strumenti, armi, che giacevano nella stiva di una nave affondata nel Mediterraneo tremila anni prima. Tutto di questa storia affascinava il bambino, soprattutto l’idea che questi strani e bellissimi oggetti fossero rimasti là nelle profondità, dimenticati per così tanto tempo. Si appassionò così alle civiltà preomeriche di Creta e Micene che avevano creato questi tesori. Gli adulti della sua famiglia gli cercarono libri su questo argomento e così seppe di Omero e della guerra di Troia, e quindi lesse delle versioni ridotte dell’Iliade e dell’Odissea. Leggendo su Troia, venne a sapere dell’archeologo Schliemann e delle sette città che aveva scavato. Il bambino era molto preso dall’idea che una città potesse semplicemente scomparire sottoterra, e che si potesse costruire un’altra città proprio sopra quella precedente, e così per sette città consecutivamente; era anche incantato dall’idea del paziente lavoro necessario a riportare alla luce quelle città sepolte. Questo lo portò a leggere tutto quello che trovava sull’archeologia. L’ultima volta che ho avuto sue notizie, stava leggendo tutto quello che gli riusciva di trovare sull’argomento.” Chi è che non vorrebbe vedere i propri figli illuminati da questo entusiasmo? Si tratta solo di accompagnarli con un senso di partecipazione.

La scuola si chiama “scuola dell’obbligo”, ma bisogna sapere che questo non è esatto. È d’obbligo sì assicurarsi che i bambini ricevano un’istruzione, ma non necessariamente attraverso la frequenza a scuola. In Italia, previa una lettera in cui si comunica al sindaco del Comune di appartenenza l’intenzione di provvedere direttamente all’istruzione dei propri figli, si può tranquillamente far sì che i ragazzi studino in maniera libera, fuori dagli schemi della società.

Ho conosciuto molti ragazzi che hanno studiato in questo modo, sia in Inghilterra che in Italia ed ho sempre notato come abbiano conservato la passione e l’entusiasmo che ogni bambino ha a cinque anni: una cosa bellissima da vedere!

Melissa e Beniamino hanno studiato a casa fino alla Maturità e Camilla fino alla fine delle elementari ed è stata un’avventura che ha coinvolto tutta la famiglia. Camilla ha voluto fare le Medie e le Superiori a Gubbio, ma le ha fatte almeno da volontaria! Adesso sono grandi, Melissa si è laureata in Inghilterra ed è ora impegnata nell’allestimento di un grosso centro di medicina alternativa a Londra, Ben studia per la laurea in infermieristica a Perugia e Camilla si è laureata a Roma, insegnando inglese per mantenersi agli studi.

Dico questo solo per tranquillizzare chi pensa che magari non si possa riuscire, accademicamente parlando, ad insegnare ai ragazzi quando sono più grandi, senza essere già esperto di ogni materia. Ma è più interessante per un ragazzo imparare insieme ad un genitore che impara a sua volta: può spesso capitare che il ragazzo sia quello che, con pazienza, spiega qualcosa al genitore un po’ più lento ad apprendere. Questo è una cosa magica per l’autostima del ragazzo.

E non credo che una laurea serva nella vita, se non per il piacere personale. Anzi, un cuoco virtuoso, un falegname capace, un bravo fabbro, un fotografo, un contadino, un madonnaro o un pescatore sono tutte persone con una bella strada nella vita e certo fanno molto meno danno di un impiegato alle dipendenze di una multinazionale dove tendono a finire i laureati.

Quello che mi sembra più importante è che vedo i nostri figli coraggiosi, intraprendenti, abili anche nel riparare un recinto o nel fare il pane e comunque capaci di organizzare la propria vita in modo divertente e indipendente.

E Martino e io, fra una zappata e l’altra, abbiamo imparato un mucchio di cose che altrimenti non avremmo mai saputo!
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