Oggi non è più chiamata schiavitù,
è chiamata libero mercato

home | Dossier | News ed Eventi | FioriGialli Edizioni | Libreria | Musica & Video | Bazaar | Newsletter | Ecocredit | Pubblicità | Mappa | contatti  
     edizioni
home chi siamo catalogo novità in preparazione offerte distributori foreign rights pubblica con noi eventi newsletter contatti
cerca  

Info
rilegatura: brossura
formato: 15 x 21 cm.
pagine: 240
ISBN: 978-88-6118-003-1
Editore: FioriGialli edizioni
Anno di pubblicazione: settembre 2006
Euro: 15.50
Approfondimenti
Introduzione di Satish Kumar
Note per l'edizione italiana
Indice dell'opera
Cos'è Resurgence
L'amore per l'albero:
articolo estratto dal libro
Comunicato Stampa
Gli autori di questo libro
Cenni biografici dei vari autori
Altri libri consigliati
Terra Anima Società volume 1
La misura della felicità
Tu sei quindi io sono
Elogio della Semplicità

STAMPA
L'amore per l'albero:
articolo estratto dal libro
<< torna indietro
di Gita Mehta

Le foreste sono state la culla, l’università, il monastero, la biblioteca e la sorgente della mitologia della civiltà indiana. Quando un ragazzo o una ragazza in India si fidanzano, i loro oroscopi vengono letti dai preti di famiglia per vedere se la coppia è compatibile.
Ma la compatibilità, nell’astrologia indiana, si estende molto al di là del fatto se il giovane o la giovane sono adatti l’uno all’altra. Ahimè, i preti indiani non sono per niente interessati al fatto se Romeo trova la sua Giulietta o Abelardo la sua Eloisa: essi cercano un significato più ampio dell’unione. La presenza dello sposo o della sposa porterà fortuna alla nuova famiglia? I parenti del promesso sposo chiedono ai preti, “Se questa ragazza entra nella nostra famiglia, sarà un peso o un vantaggio? Farà aumentare il nostro benessere o getterà un’ombra sulla nostra casa, magari abbreviando la vita della suocera o recando una cattiva salute al suocero?”
Se l’oroscopo della fanciulla rivela il più piccolo indizio di tali possibilità, i preti scuotono le teste e informano i suoceri, “E’ molto triste dirlo, ma avete scelto una ragazza manglik per essere sposa di vostro figlio.”
Fortunatamente, per la ragazza manglik, essa non è condannata a un destino sul quale non ha alcun controllo, e quindi vivere una vita da zitella frustrata. Esiste una soluzione al problema. Per prima cosa, sposare qualcun altro, trasferire cioè la sua sfortuna a un altro marito. Poi, purificata, può finalmente sposare il suo promesso sposo, tranquilla del fatto che sta portando alla sua nuova casa soltanto buona fortuna.
Ma qual è quel marito così nobile che, sposando questa sfortunata ragazza, prenderà su di sé il suo destino nato sotto una cattiva stella per poi lasciarla andare, purificata, nelle braccia di un altro uomo?
Chi fra di voi ha viaggiato in India sarà passato vicino a degli alberi con delle ghirlande bianche sfiorite appese ai rami. Quelle ghirlande denotano la presenza di un marito.
La ragazza manglik, per purificarsi del suo sfortunato destino, inghirlanda un albero come suo sposo, in una cerimonia nuziale elaborata proprio come quella tra gli esseri umani. Lo stesso vale se fosse lo sposo ad essere manglik, allora prenderà l’albero per prima moglie.
L’usanza dell’albero che assorbe il malificio è un’idea antica quanto l’India stessa. Il devoto crede ancora che l’albero è tutto ciò che rimane sul nostro pianeta dell’albero sacro Soma, nutrimento stesso degli dei.
Per davvero l’Atharva Veda, scritto 1000 anni prima di Cristo, contiene questa preghiera: il peccato, l’inquinamento tutto ciò che abbiamo fatto di male, con le tue foglie lo spazziamo via.
C’è da meravigliarsi dunque, se l’albero in India è sacro?
E se l’albero, come novello sposo, purifica la sposa manglik dalle sventure del suo fato, per gli artisti indiani esso ha un significato ancora più grande: l’albero regala l’arte all’umanità. I Puranas, i testi delle leggende indiane più antiche, raccontano così questa storia;
Gli dei divennero litigiosi e Vac, il linguaggio sacro, fuggì dagli dei profani e si nascose nell’acqua. Ma gli dei lo reclamarono e l’acqua lo rilasciò. Il linguaggio sacro dunque fuggì dall’acqua e si rifugiò in una foresta. Ancora una volta gli dei lo reclamarono ma gli alberi si rifiutarono di renderlo. Al contrario, lo regalarono all’umanità sotto forma di legno sonoro, il tamburo, il liuto, la zampogna, il piffero.
Per i filosofi dell’antica India, la foresta, oltre che per il disinquinamento e l’arte, era il simbolo di un cosmo idealizzato. Le grandi università indiane si trovavano tutte in boschetti, a conferma del fatto che la foresta, autosufficiente, rigenerantesi all’infinito, associava in sé la diversità e l’armonia che erano l’aspirazione della metafisica indiana.
Non è un caso che dalle foreste dell’India venne fuori la maggior parte della conoscenza indiana: il Puranas, i Veda, le Upanishads, le opere epiche del Mahabharata e Ramayana, i sutra dello Yoga e gli studi di medicina ayurvedica.
La venerazione della foresta ebbe il suo impatto, inevitabile, anche sulla stile della città indiana che aveva, come centro, un boschetto di alberi dal quale si dipartivano le strade, come rami, per ricordare ai cittadini che gli esseri umani sono parte di un organismo vivente.
Verso la fine della loro vita, quando sia gli uomini che le donne hanno portato a termine i loro obblighi verso la vita materiale, obblighi come matrimonio, figli, guerra, affari, si ritiravano nella foresta per seguire il cammino della contemplazione e della meditazione, traendo dagli alberi la tranquillità necessaria alla riflessione.
Dunque, non è un caso che i fondatori delle due religioni più importanti dell’India, il Buddismo e lo Jainismo, cioè Buddha e Mahavira, hanno ottenuto entrambi l’illuminazione non sulla via di Damasco ma mentre meditavano sotto un albero.
Il premio Nobel e poeta, Rabindranath Tagore, nel suo libro Tapovan, cercò di spiegare, con queste parole, la silvicultura di fondo dell’India: “La civiltà indiana si è caratterizzata dall’aver localizzato la sua sorgente di rigenerazione, materiale e intellettuale, nella foresta e non in città. I migliori concetti indiani si sono formati quando gli esseri umani erano collegati agli alberi. I pensatori indiani erano circondati e in relazione con la vita della foresta e, questa relazione intima fra vita umana e vita naturale, divenne la fonte della loro conoscenza.”
Ma non erano solo le persone colte, ai quali Tagore rendeva omaggio, custodi della foresta; è come se l’India stessa, nel corso di migliaia di anni, avesse tessuto un manto di conservazione attorno a sé con fili di moralità, arte, filosofia, religione, mitologia.
Specialmente mitologia. Gli alberi sono i protagonisti in tanti miti indiani,
Continua.....
torna su^