Il silenzio è l'eloquenza della sapienza
Samael Aun Weor

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I SENTIERI DELL' ESSERE
Le mille Vie della Spiritualità
I SENTIERI DELL' ESSERE
LA PRATICA DA SEGUIRE
Un monaco chiese a Dong-Shan:
C'è una pratica che le persone debbano seguire?
Dong Shan rispose:
quando diventi una vera persona c'è una tale pratica.
Sai essere freccia, arco, bersaglio?
<b>Sai essere freccia, arco, bersaglio?

Sai essere freccia, arco, bersaglio?
Conosci la sequenza delle costellazioni?
La fusione dell'idrogeno in elio?
Sai misurare la tua integrità?
Se rispondi
Avrai l'immortalità.

Laura Scottini

MEDITAZIONE TAOISTA
<b>MEDITAZIONE TAOISTA </b>





 

Chiudi gli occhi e vedrai con chiarezza.
Smetti di ascoltare e sentirai la verità.
Resta in silenzio e il tuo cuore potrà cantare.
Non cercare il contatto e troverai l'unione.
Sii quieto e ti muoverai sull'onda dello spirito.
Sii delicato e non avrai bisogno di forza.
Sii paziente e compirai ogni cosa.
Sii umile e manterrai la tua integrità.

 

IL VUOTO CHE DANZA
IL VUOTO CHE DANZA










di H.W.L. Poonja


Rimani ciò che sei ovunque tu sei.
Se fai così, saprai immediatamente
di essere Quello che hai cercato
per milioni di anni.

Non c'è ricerca,
perchè si cerca solo qualcosa che si è perso.
ma quando niente è andato perduto
non ha senso
cercare qualcosa.

Qui semplicemente Stai Quieto.
Non formare nemmeno un pensiero nella mente.
Allara saprai
Chi sei realmente.

per tre motici la ricerca e la pratica
sono follie fuorvianti
sono l'inganno della mente
per posporre la libertà.
Continua...

PAROLE SU DIO
PAROLE SU DIO

di Simone Weil

Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio. … Così pure, la prova che un bambino sa fare una divisione non sta nel ripetere la regola; sta nel fatto che fa le divisioni.

Il bello è ciò che si desidera senza volerlo mangiare. Desideriamo che sia. Restare immobili e unirsi a quel che si desidera senza avvicinarsi. Ci si unisce a Dio così: non potendosene avvicinare. La distanza è l’anima del bello.

Nella prima leggenda del Graal è detto che il Graal, pietra miracolosa che in virtù dell’ostia consacrata sazia ogni fame, apparterrà a chi per primo dirà al custode della pietra, il re quasi paralizzato dalla più dolorosa ferita: “Qual è il tuo tormento?”. La pienezza dell’amore del prossimo sta semplicemente nell’essere capace di domandargli: “Qual è il tuo tormento?”, nel sapere che lo sventurato esiste, non come uno fra i tanti, non come esemplare della categoria sociale ben definita degli “sventurati”, ma in quanto uomo, in tutto simile a noi, che un giorno fu colpito e segnato dalla sventura con un marchio inconfondibile. Per questo è sufficiente, ma anche indispensabile, saper posare su di lui un certo sguardo. Continua...
I BAMBINI
DAGLI OCCHI DI SOLE

I BAMBINI<br> DAGLI OCCHI DI SOLE










Vidi i pionieri ardenti dell’Onnipotente
superando la soglia celeste che è volta alla vita
discendere in frotta i gradini d’ambra della nascita;
precursori d’una moltitudine divina,
essi lasciavano le rotte della stella del mattino
per l’esigua stanza della vita mortale.

Li vidi traversare il crepuscolo di un’era,
i figli dagli occhi di sole di un’alba meravigliosa,
i grandi creatori dall’ampia fronte di calma,
i distruttori possenti delle barriere del mondo
che lottano contro il destino nelle arene della Sua volontà,
operai nelle miniere degli dei,
messaggeri dell’Incomunicabile,
architetti dell’Immortalità.

Nella sfera umana caduta essi entravano,
i volti ancora soffusi della gloria dell’Immortale,
le voci ancora in comunione coi pensieri di Dio,
i corpi magnificati dalla luce dello spirito,
portando la parola magica, il fuoco mistico,
portando la coppa dionisiaca della gioia,
Continua...
IL SEGRETO DELLE STELLE CADENTI
IL SEGRETO DELLE STELLE CADENTI

di Maurizio Di Gregorio

Tutti cerchiamo qualcosa. Se lo cerchiamo nel mondo materiale pensiamo di trovarlo all’esterno di noi stessi. Se lo cerchiamo nel mondo spirituale siamo portati a credere di poterlo trovare all’interno di noi. Una massima dice: la risposta è dentro di te. Una battuta invece dice: la risposta è dentro di te, ma è sbagliata. Ambedue le affermazioni sono vere perché si riferiscono a due esseri diversi. Uno vero e l’altro falso. Come si fa a sapere quale é l’Io interiore che contiene tutte le risposte della vita? Dalla felicità. Nel primo caso si sa solo che si è felici, sia pure per un attimo, si è completamente, immensamente e interamente felici e più correttamente si dovrebbe chiamarla beatitudine. Nel secondo caso sappiamo solo, che a dispetto di ogni altra cosa, momentanea soddisfazione o eccitazione, non si è veramente felici. 
Aivanhov, definendo la natura umana, parla della coesistenza di una natura inferiore e di una natura superiore. All’interno di ognuno è una continua lotta tra due esseri (o stati di essere) in competizione che Aivanhov chiama Personalità e Individualità. “Persona “ è la maschera e in ogni incarnazione la maschera è diversa, “Individualità” è l’abitante della maschera, colui che non cambia, il vero Sé divino. La personalità è in parte ancora inesistente nel bambino ma già tracciata, si sviluppa con l’età come la trama di un tessuto e si consuma nella vecchiaia. Il risveglio dell’anima consiste nel riconoscimento del Sé interiore e nell’abbandono momentaneo della maschera della personalità. Ora anche se possiamo capire qualcosa del nostro essere maschera, né la mente, né il cuore né la volontà sono risolutivi.
E questo perché mente cuore e volontà sono una triade che esiste tanto nella natura delle Individualità quanto nella natura della Personalità.
“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” Quale è, in ogni dato momento, il cuore che chiede, la mente che cerca, la volontà che agisce? La strada dell’evoluzione spirituale, cioè della evoluzione dell’essere allo Spirito, è insidiosa perché ad ogni sviluppo della Individualità segue uno sviluppo della Personalità. Differentemente il discernimento è possibile solo dal punto di vista della Coscienza Superiore che è esattamente ciò che si illumina.
Fuori da questa esperienza si persiste sempre in un tipo di coscienza media, anche se ampliata o sofisticata, una coscienza media perché media in un equilibrio precario le necessità delle due nature....Continua...
I SETTE ASPETTI DELLA NUOVA COSCIENZA
I SETTE ASPETTI DELLA NUOVA COSCIENZA

di Ervin Laszlo

Il grande compito, la grande sfida del nostro tempo è cambiare se stessi.
Questo elenco delle principali caratteristiche della nuova visione, della nuova coscienza, è scritto per stimolare la trasformazione, perché è possibile acquisire una nuova consapevolezza, perché tutti possono evolvere, tante persone l'hanno già fatto ed è diventata una conditio sine qua non della nostra sopravvivenza sulla Terra.
La prima caratteristica è l'olismo, la visione olistica, per contrastare la visione frammentaria, disciplinaria, atomistica, che separa tutto: la mente dalla natura, l'uomo e la società dalla biosfera, e tutti i campi della realtà l'uno dall'altro. La visione olistica è proprio quella comprensione Continua...
I FIGLI DELLA LUCE
I FIGLI DELLA LUCE




 


I Figli della Luce si nutrono di Pace, Libertà, Amore, Giustizia, Grazia, Benevolenza, Comprensione, Compassione, Generosità, Bontà, Luce, Verità, Positività, trasmettendo tutto questo intorno a loro. Le creature che vengono in contatto con i Figli della Luce percepiscono la Positività dell’operato della “Luce Amore” e uno stato di benessere entra in loro. Non sono consapevoli della fonte di questa Positività, ma stanno volentieri in compagnia dei Figli Luce dispensatori d’Amore.
Continua...
UNA SPIRITUALITA' ECOLOGICA
UNA SPIRITUALITA' ECOLOGICA

di Matthew Fox

L’ecologia e la spiritualità sono le due facce della stessa medaglia. La religione deve lasciar andare i dogmi in modo da poter riscoprire la saggezza del mondo.
Come dovrebbe essere una religione ecologica? Negli ultimi 300 anni l’umanità è stata coinvolta in una grande desacralizzazione del pianeta, dell’universo e della propria anima, e questo ha dato origine all’oltraggio ecologico. Saremo capaci di recuperare il senso del sacro?La religione del futuro non sarà una religione in senso stretto del termine, dovrà imparare a lasciare andare la religione. Il Maestro Eckhart, nel quattordicesimo secolo disse, “Prego Dio di liberarmi da Dio”. Per riscoprire la spiritualità, che è il cuore autentico di ogni religione vera e fiorente, dobbiamo liberarci dalla religione. Sembra un paradosso. La spiritualità significa usare il cuore, vivere nel mondo, dialogare con il nostro sé interiore e non semplicemente vivere a un livello organizzativo esterno.
E. F. Schumacher, nel suo profetico modo di scrivere, disse, nell’epilogo di Piccolo è bello, “Dappertutto la gente chiede, ‘Cosa posso fare praticamente?’ La risposta è tanto semplice quanto sconcertante, possiamo, ciascuno di noi, mettere in ordine la nostra casa intima, interiore. Per far questo non troviamo una guida nella scienza o nella tecnologia, poiché i valori sui quali esse si poggiano dipendono sommamente dal fine per il quale sono destinate. Tale guida la si può invece ancora trovare nella tradizionale saggezza dell’umanità”.
Tommaso d’Aquino, nel tredicesimo secolo disse, “Le rivelazioni si trovano in due volumi – la Bibbia e la natura”. Ma la teologia, a partire dal sedicesimo secolo, ha messo troppa enfasi nelle parole della Bibbia, o del Vaticano o dei professori, ha messo tutte le uova nel paniere delle parole, parole umane, e ha dimenticato la seconda fonte della rivelazione, la natura!
Il Maestro Eckhart disse, “Ogni creatura è la parola di Dio e un libro su Dio”. In altre parole, ogni creatura è una Bibbia. Ma come ci avviciniamo alla saggezza biblica, alla saggezza sacra delle creature? Col silenzio. C’è bisogno di un cuore silente per ascoltare la saggezza del vento, degli alberi, dell’acqua e della terra. Nella nostra ossessiva cultura verbale, abbiamo perso il senso del silenzio. Schumacher disse, “Siamo ormai troppo intelligenti per sopravvivere senza saggezza”. Continua... 
SULL'ANARCHIA BUDDISTA
SULL'ANARCHIA BUDDISTA di Gary Snyder

Da un punto di vista buddista, l'ignoranza che si proietta nella paura e nel vano appetito impediscono la manifestazione naturale. Storicamente, i filosofi buddisti non hanno saputo analizzare fino a che punto l'ignoranza e la sofferenza erano dovuti o favoriti da fattori sociali, considerando il timore e il desiderio come fatti intrinseci alla condizione umana. Così, la filosofia buddista si interessò principalmente alla teoria della conoscenza e la psicologia fu svantaggiata, per dare più spazio allo studio dei problemi storici e sociologici. Anche il buddismo Mahayana possiede un'ampia visione della salvezza universale, la sua realizzazione effettiva si è concretizzata nello sviluppo di sistemi pratici di meditazione per liberare a una minoranza di individui da blocchi psicologici e condizionamenti culturali. Il buddismo istituzionale è stato chiaramente disposto ad accettare o a ignorare le disuguaglianze e le tirannie sotto il sistema politico che vigeva. È stata come la morte del buddismo, posto che è comunque la morte che riesce a far comprendere il significato della compassione. La saggezza senza compassione non sente dolore.
Continua...
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SAUCHA O PURIFICAZIONE
- YAMA E NIYAMA V



di Paolo Quircio

Dopo aver esposto con chiarezza le cinque abitudini e attitudini da evitare affinché la Sadhana possa dare i risultati auspicati, Patanjali Maharishi prosegue il suo percorso didattico spiegando le cinque che invece vanno coltivate e messe in atto, i cinque Niyama. Essi sono: Saucha, Santosha, Tapas, Swadyaya, Ishvara-Pranidhana. Vedremo in seguito il significato di ognuno di essi. Come precedentemente detto riguardo agli Yama, anche i Niyama costituiscono delle regole di comportamento che hanno come effetto la purificazione dell’individuo e lo rendono pronto alla pratica yogica più avanzata.

Forse può essere utile ricordare il senso della parola ‘puro’, soprattutto quando è applicata alla pratica delle discipline spirituali. ‘Puro’ vuol dire non alterato, composto esclusivamente dall’essenza primaria, senza modificazioni né aggiunte. La ricerca della purezza, quindi, è un atto di separazione, di separazione del non essenziale dall’essenziale. Come per rendere pura l’acqua dobbiamo filtrarla ed eliminare tutte le sostanze estranee in essa disciolte, così Yama e Niyama sono i filtri che separano le impurità aggiunte alla nostra essenza divina, operando quindi la separazione dell’Atman dai suoi aggregati limitanti, le Upadhi, il complesso corpo-prana-mente.

Come detto più volte, è un lavoro tutt’altro che facile, ma le alternative sono poche; se lo Yoga non è l’unico modo per arrivare ad un reale sviluppo spirituale, è sicuramente uno dei più efficaci. Per agire avendo in mente il raggiungimento della purezza occorre individuare i fattori inquinanti, prendere coscienza della loro natura intrinsecamente impura, estranea all’essenza primaria, e cominciare a distaccarsene attraverso Viveka, la discriminazione, che ci permette di distinguere tra reale e non-reale, e quindi Vairagya, il distacco, che ci rende testimoni di ciò che accade nel mondo di Prakriti, la natura sensibile, senza prendere parte ad esso, se non per lo stretto indispensabile, e comunque con la consapevolezza di ciò che è.

Nello Jnana Yoga, lo Yoga della conoscenza, esiste un percorso molto simile, detto Neti-Neti, che vuol dire ‘né questo-né questo’. Essendo parte dello Jnana Yoga è ovviamente un percorso tutto intellettuale e consiste nell’analizzare ciò che ci circonda e ciò che è dentro di noi; ponendosi davanti alle manifestazioni della Natura, ci si chiede se ognuna di esse è il Brahman, eterno, non nato ed immutabile. Si eliminano via via tutte  le cose soggette a mutazione, corpo, mente ecc., restringendo sempre più il campo d’indagine, per arrivare infine all’Atman, l’essenza divina dell’essere umano, identica al Brahman, e ugualmente eterna ed immutabile. 

Se negli Yama l’attenzione era rivolta principalmente alle azioni da evitare, in quanto manifestazioni dell’Io e dei cinque Klesha, e pertanto fonte di dolore e ostacoli alla Sadhana, nei Niyama l’attenzione è posta soprattutto sulle cose da fare, per completare il percorso di purificazione e sgrossamento in maniera attiva. 

Il primo di essi è Saucha, o Shaucha, la pulizia. Tra i dieci Yama e Niyama, Saucha è l’unico a cui Patanjali dedica non uno ma due sutra, il 40 e il 41. Il primo recita: “Dalla pulizia nasce l’indifferenza verso il corpo e il non attaccamento verso gli altri”, l’altro, “Con la pratica della purezza mentale ci si rende pronti al buonumore, alla concentrazione su un unico punto, al controllo dei sensi e alla visione del Sé.” Quindi, innanzitutto la pulizia del corpo, sia esterna che interna, e poi quella della mente. La pulizia esterna del corpo consiste, come è ovvio, nelle pratiche di igiene personale. Il corpo fisico è il veicolo che l’Atman utilizza per compiere il suo percorso karmico e va tenuto sempre nella massima efficienza e presentabilità; va rispettato in quanto, pur se solo temporaneamente, sede dell’Atman.

Nel suo bel commentario a Patanjali, Swami Bhaskarananda  osserva che la pratica della pulizia personale serve anche a farci capire come il corpo, per quanto si faccia per tenerlo pulito, quasi subito si sporca di nuovo. Sudore, escrezioni, contatti di vario genere  lo sporcano in continuazione, e questa inevitabile tendenza a sporcarsi ci dovrebbe far capire la natura di per sé impura del corpo stesso. E non solo del nostro, ma anche di quelli delle altre persone. Questa consapevolezza dell’intrinseca mancanza di purezza del corpo ha come conseguenza un atteggiamento sempre più distaccato nei confronti di tutti i piaceri derivanti dal corpo stesso, quindi dei sensi e della mente, che fanno sempre parte di Prakriti, la natura sensibile. Il fatto che il corpo tenda sempre a risporcarsi, non vuol dire che le pratiche di pulizia siano superflue, anzi, è un motivo di più perché esse siano assidue ed accurate. 

Per pulizia interna intendiamo ciò che immettiamo nel nostro corpo; ciò che mangiamo, beviamo o inaliamo. Non basta che i cibi siano preparati in maniera igienica, essi devono avere anche alcune caratteristiche sottili, oltre a dover rispondere a requisiti etici ed energetici di grande importanza. In precedenza abbiamo parlato dei Kosha, i cinque involucri che costituiscono il Jivatman, la persona. Il primo, il più grossolano, è l’Annamayakosha, l’involucro del cibo, e costituisce il corpo fisico. Le cellule del corpo muoiono in continuazione e si riformano grazie al cibo che mangiamo. Siamo ciò che mangiamo, si dice, a livello fisico e non solo. È quindi di primaria importanza che questo involucro, questo veicolo, sia il più possibile costituito da Sattva, la più leggera e luminosa delle qualità, dei tre Guna. Nella Bhagavad Gita Krishna spiega ad Arjuna l’essenza dei tre Guna e il modo in cui essi si manifestano in ogni aspetto del Creato.

Tra questi vari aspetti c’è anche il cibo, che così viene classificato: “Di tre specie è anche il cibo (…) Ascolta questa distinzione. I cibi puri che accrescono la longevità, la vitalità, la forza, la salute, la felicità sono saporiti, nutrienti, gradevoli, questi sono i preferiti dai Sattva. I cibi amari, acidi e salati; i cibi eccessivamente caldi, piccanti, aspri, che bruciano e causano dolore, sofferenza e indigestione, questi sono i preferiti dai Rajas. I cibi stantii e privi di sapore, i cibi guasti e gli avanzi, i cibi impuri, questi sono i preferiti dai Tamas.” B.G. XVII, 7-10.

È facile mettere in pratica queste indicazioni; i cibi puri sono quelli leggeri ma nutrienti, che non derivano da violenza, di sapore gradevole ma non eccessivamente stimolante. I cibi eccessivamente pesanti e saporiti, compresi quelli inebrianti, sono Rajas, e quindi inducono ad un eccesso di attività; i cibi morti, in via di putrefazione, derivanti dalla violenza, sono Tamas, e inducono indolenza e staticità.

Ma Krishna avverte anche che “… lo yoga, o Arjuna, non è per chi mangia troppo, né per chi mangia troppo poco, non è per chi dorme troppo, né per chi dorme troppo poco.” B.G. VI, 16. Quindi non solo la qualità di ciò che mangiamo, ma anche la quantità è importante. Mangiare cibo sano, Sattva, in quantità eccessiva o eccessivamente ridotta rende quello stesso cibo rispettivamente Rajas o Tamas. Nello Yoga il ‘giusto mezzo’ o ‘via di mezzo’ viene riconosciuto come la via migliore, così come hanno fatto in seguito Aristotele, Buddha, Confucio e tanti altri Saggi. 

Patanjali ci dice che Sattvaśuddhi, la purezza interiore, mentale, contribuisce a conferire al praticante alcune grandi qualità, che si riveleranno poi indispensabili per proseguire nella Sadhana. Esse sono il buonumore, la concentrazione su un unico punto, Ekagrata, il controllo dei sensi e infine la visione del Sé o dell’Atman, Atmadarshana. Il conseguimento del buonumore è ovvia conseguenza dell’elevazione spirituale e del conseguente distacco che la persona spiritualmente evoluta ha nei confronti delle ambasce del vivere quotidiano. Quelle che all’occhio della persona comune appaiono come una serie di piccoli e grandi drammi, per lo Yogi non sono che Maya, un’irrealtà che appare reale, e di Avidya, l’ignoranza spirituale che ci fa immaginare una realtà che non esiste.

Per meglio capire la differenza tra Maya e Avidya facciamo un esempio molto usato nello Yoga, quello della corda e del serpente. Un uomo cammina su un sentiero di campagna di  sera, al buio. Vede qualcosa davanti a lui che gli sembra un serpente, e si spaventa. Poi arriva qualcuno con una lampada e quello che sembrava un pericoloso serpente si rivela essere solo un’innocua corda. Il buio della notte simboleggia Maya, che non ci fa vedere la corda per quella che è, e che può essere eliminata solo dalla luce della conoscenza, mentre il serpente, che non esiste né è mai esistito, è esclusivamente una creazione della nostra immaginazione, una proiezione della nostra mente costantemente afflitta dalla paura.

Quindi, per tornare al buonumore, è chiaro che chi ha una visione della vita pratica come qualcosa di momentaneo, di superficiale, appena meno irreale di un sogno, che per quanto vero ci possa sembrare, svela tutta la sua infondatezza al momento del risveglio, non potrà prendere sul serio questi avvenimenti. Una tragedia vista al teatro o al cinema ci potrà coinvolgere per un po’, ma poi, sapendo che gli attori che sulla scena sembravano soffrire e morire in realtà stanno benissimo, questa sensazione ci abbandonerà presto. Così è la vita per l’uomo evoluto, per lo Yogi; è tutto un gioco, Lila, che copre la realtà profonda, l’unica vera realtà, Sat, l’essenza divina dell’uomo. 

Troviamo poi, già anticipati, gli ultimi tre Anga: Pratyahara, il controllo dei sensi, Dharana, la concentrazione, e addirittura Samadhi, la trance estatica, la presa di coscienza dell’unione dell’Atman con il Brahman. Tutte pratiche che diventano possibili soltanto dopo aver purificato la mente che, altrimenti, gravata da una gran quantità di inutili attributi, non riesce ad elevarsi e a travalicare se stessa. È utile ricordare che lo Yoga è sì una dottrina altamente filosofica, ma è soprattutto una scienza pratica. È facile, ma anche inutile, discutere di elevatissime questioni teoriche che poi restano lì, inutilizzate.

Lo Yoga è essenzialmente pratico, il suo scopo è di portare il praticante al Samadhi, e per farlo egli deve usare gli strumenti di cui dispone: corpo, respiro, sensi, mente e intelletto. In quell’inesauribile fonte di conoscenza spirituale e saggezza che è la Bhagavad Gita, Krishna spiega ad Arjuna che: “Per purificare l’ego, gli Yogi dell’azione  agiscono con il corpo, con la mente, con l’intelletto superiore o anche solo con i sensi, abbandonando ogni attaccamento.” B.G. V, 11.

Ognuno di questi elementi viene preso in considerazione dallo Yoga, in particolare dal Raja Yoga. Con le varie pratiche previste da ciascuno degli otto anga, le otto parti che lo compongono, viene portata al massimo la consapevolezza di ognuna di queste componenti, perché possa poi essere superata. Per conseguire questa consapevolezza è assolutamente indispensabile separare ogni aggregato non indispensabile dalla componente stessa. Quello che per il corpo fisico può essere una qualsiasi sporcizia materiale, per la mente sono i pensieri negativi, le paure, l’odio e così via.

Lo stesso Patanjali anticipa questo concetto nel primo  Pada, spiegando che le impurità della mente possono essere corrette meditando sui concetti opposti: “La mente diviene pura coltivando l’amicizia, la gentilezza e l’indifferenza verso felicità, vizio e virtù.” Y.S. I, 33. Soltanto separando l’essenza di ogni componente da ciò che la inquina, potremo prenderne coscienza. Solo dopo aver pulito uno specchio coperto da uno spesso strato di sporcizia, potremo vedere l’immagine in esso riflessa. Infine, dopo questo processo di eliminazione e consapevolezza, potremo via via separare le Upadhi, gli attributi che circoscrivono l’Atman, limitandolo, dall’Atman stesso. 

 Sempre nella Gita, nel capitolo seguente, Krishna aggiunge: “Abbandonando interamente i desideri che nascono dall’immaginazione, controllando tutti i sensi con la mente e fermando la mente stessa sul Sé, sotto la guida di un intelletto risoluto e costante, lo Yogi deve gradualmente abbandonare ogni attività e astenersi da ogni genere di pensiero.” VI, 24-25. Vorrei soffermarmi brevemente su due aspetti che emergono da questi due sloka: uno è ‘l’intelletto risoluto e costante’.

Nessun percorso potrà mai arrivare a buon fine e dare i risultati auspicati senza la ferma volontà di giungere alla meta e senza che questa volontà si trasformi in una pratica assidua e diligente. In quanto all’abbandono di ogni attività, nella Gita si parla spesso dell’impossibilità di non agire. Ma Krishna spiega anche che: “ Colui che pratica lo Yoga, che ha l’ego purificato, che domina i sensi, che è padrone di sé e il cui Atman si è espanso in tutti gli esseri, anche se agisce, dall’azione non è contaminato. L’adepto dello Yoga che conosce la verità, pensa: ‘io non sto compiendo alcuna azione’, mentre vede, ascolta, tocca, odora, mangia, cammina, dorme, respira. Mentre parla, getta via, afferra, apre e chiude gli occhi, egli sa che sono soltanto i sensi che agiscono sugli oggetti della percezione. Come le foglie del loto non sono toccate dall’acqua, così colui che, trasceso l’attaccamento, agisce rivolgendo le sue azioni al Brahman non si identifica con esse.” B.G. V, 7-11


Vediamo quindi come il concetto di purezza, di separazione dell’essenza da ciò che essenza non è, di Sat da Asat, di Atman da Anatman, ma anche di Dharma da Adharma, è un concetto cardine intorno a cui ruota l’intera dottrina dello Yoga, oltre a quelle del Samkhya e del Vedanta. 
Citando ancora una volta la Bhagavad Gita: “Così, libero da ogni impurità, costantemente proteso alla comunione spirituale, ben presto lo Yogi realizza l’infinita beatitudine del costante contatto con Brahman.” B.G. VI, 28.

Paolo Quircio
Roma. 10-06-2018
 

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