Il silenzio è l'eloquenza della sapienza
Samael Aun Weor

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I SENTIERI DELL' ESSERE
Le mille Vie della Spiritualità
I SENTIERI DELL' ESSERE
LA PRATICA DA SEGUIRE
Un monaco chiese a Dong-Shan:
C'è una pratica che le persone debbano seguire?
Dong Shan rispose:
quando diventi una vera persona c'è una tale pratica.
Sai essere freccia, arco, bersaglio?
<b>Sai essere freccia, arco, bersaglio?

Sai essere freccia, arco, bersaglio?
Conosci la sequenza delle costellazioni?
La fusione dell'idrogeno in elio?
Sai misurare la tua integrità?
Se rispondi
Avrai l'immortalità.

Laura Scottini

MEDITAZIONE TAOISTA
<b>MEDITAZIONE TAOISTA </b>





 

Chiudi gli occhi e vedrai con chiarezza.
Smetti di ascoltare e sentirai la verità.
Resta in silenzio e il tuo cuore potrà cantare.
Non cercare il contatto e troverai l'unione.
Sii quieto e ti muoverai sull'onda dello spirito.
Sii delicato e non avrai bisogno di forza.
Sii paziente e compirai ogni cosa.
Sii umile e manterrai la tua integrità.

 

IL VUOTO CHE DANZA
IL VUOTO CHE DANZA










di H.W.L. Poonja


Rimani ciò che sei ovunque tu sei.
Se fai così, saprai immediatamente
di essere Quello che hai cercato
per milioni di anni.

Non c'è ricerca,
perchè si cerca solo qualcosa che si è perso.
ma quando niente è andato perduto
non ha senso
cercare qualcosa.

Qui semplicemente Stai Quieto.
Non formare nemmeno un pensiero nella mente.
Allara saprai
Chi sei realmente.

per tre motici la ricerca e la pratica
sono follie fuorvianti
sono l'inganno della mente
per posporre la libertà.
Continua...

PAROLE SU DIO
PAROLE SU DIO

di Simone Weil

Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio. … Così pure, la prova che un bambino sa fare una divisione non sta nel ripetere la regola; sta nel fatto che fa le divisioni.

Il bello è ciò che si desidera senza volerlo mangiare. Desideriamo che sia. Restare immobili e unirsi a quel che si desidera senza avvicinarsi. Ci si unisce a Dio così: non potendosene avvicinare. La distanza è l’anima del bello.

Nella prima leggenda del Graal è detto che il Graal, pietra miracolosa che in virtù dell’ostia consacrata sazia ogni fame, apparterrà a chi per primo dirà al custode della pietra, il re quasi paralizzato dalla più dolorosa ferita: “Qual è il tuo tormento?”. La pienezza dell’amore del prossimo sta semplicemente nell’essere capace di domandargli: “Qual è il tuo tormento?”, nel sapere che lo sventurato esiste, non come uno fra i tanti, non come esemplare della categoria sociale ben definita degli “sventurati”, ma in quanto uomo, in tutto simile a noi, che un giorno fu colpito e segnato dalla sventura con un marchio inconfondibile. Per questo è sufficiente, ma anche indispensabile, saper posare su di lui un certo sguardo. Continua...
I BAMBINI
DAGLI OCCHI DI SOLE

I BAMBINI<br> DAGLI OCCHI DI SOLE










Vidi i pionieri ardenti dell’Onnipotente
superando la soglia celeste che è volta alla vita
discendere in frotta i gradini d’ambra della nascita;
precursori d’una moltitudine divina,
essi lasciavano le rotte della stella del mattino
per l’esigua stanza della vita mortale.

Li vidi traversare il crepuscolo di un’era,
i figli dagli occhi di sole di un’alba meravigliosa,
i grandi creatori dall’ampia fronte di calma,
i distruttori possenti delle barriere del mondo
che lottano contro il destino nelle arene della Sua volontà,
operai nelle miniere degli dei,
messaggeri dell’Incomunicabile,
architetti dell’Immortalità.

Nella sfera umana caduta essi entravano,
i volti ancora soffusi della gloria dell’Immortale,
le voci ancora in comunione coi pensieri di Dio,
i corpi magnificati dalla luce dello spirito,
portando la parola magica, il fuoco mistico,
portando la coppa dionisiaca della gioia,
Continua...
IL SEGRETO DELLE STELLE CADENTI
IL SEGRETO DELLE STELLE CADENTI

di Maurizio Di Gregorio

Tutti cerchiamo qualcosa. Se lo cerchiamo nel mondo materiale pensiamo di trovarlo all’esterno di noi stessi. Se lo cerchiamo nel mondo spirituale siamo portati a credere di poterlo trovare all’interno di noi. Una massima dice: la risposta è dentro di te. Una battuta invece dice: la risposta è dentro di te, ma è sbagliata. Ambedue le affermazioni sono vere perché si riferiscono a due esseri diversi. Uno vero e l’altro falso. Come si fa a sapere quale é l’Io interiore che contiene tutte le risposte della vita? Dalla felicità. Nel primo caso si sa solo che si è felici, sia pure per un attimo, si è completamente, immensamente e interamente felici e più correttamente si dovrebbe chiamarla beatitudine. Nel secondo caso sappiamo solo, che a dispetto di ogni altra cosa, momentanea soddisfazione o eccitazione, non si è veramente felici. 
Aivanhov, definendo la natura umana, parla della coesistenza di una natura inferiore e di una natura superiore. All’interno di ognuno è una continua lotta tra due esseri (o stati di essere) in competizione che Aivanhov chiama Personalità e Individualità. “Persona “ è la maschera e in ogni incarnazione la maschera è diversa, “Individualità” è l’abitante della maschera, colui che non cambia, il vero Sé divino. La personalità è in parte ancora inesistente nel bambino ma già tracciata, si sviluppa con l’età come la trama di un tessuto e si consuma nella vecchiaia. Il risveglio dell’anima consiste nel riconoscimento del Sé interiore e nell’abbandono momentaneo della maschera della personalità. Ora anche se possiamo capire qualcosa del nostro essere maschera, né la mente, né il cuore né la volontà sono risolutivi.
E questo perché mente cuore e volontà sono una triade che esiste tanto nella natura delle Individualità quanto nella natura della Personalità.
“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” Quale è, in ogni dato momento, il cuore che chiede, la mente che cerca, la volontà che agisce? La strada dell’evoluzione spirituale, cioè della evoluzione dell’essere allo Spirito, è insidiosa perché ad ogni sviluppo della Individualità segue uno sviluppo della Personalità. Differentemente il discernimento è possibile solo dal punto di vista della Coscienza Superiore che è esattamente ciò che si illumina.
Fuori da questa esperienza si persiste sempre in un tipo di coscienza media, anche se ampliata o sofisticata, una coscienza media perché media in un equilibrio precario le necessità delle due nature....Continua...
I SETTE ASPETTI DELLA NUOVA COSCIENZA
I SETTE ASPETTI DELLA NUOVA COSCIENZA

di Ervin Laszlo

Il grande compito, la grande sfida del nostro tempo è cambiare se stessi.
Questo elenco delle principali caratteristiche della nuova visione, della nuova coscienza, è scritto per stimolare la trasformazione, perché è possibile acquisire una nuova consapevolezza, perché tutti possono evolvere, tante persone l'hanno già fatto ed è diventata una conditio sine qua non della nostra sopravvivenza sulla Terra.
La prima caratteristica è l'olismo, la visione olistica, per contrastare la visione frammentaria, disciplinaria, atomistica, che separa tutto: la mente dalla natura, l'uomo e la società dalla biosfera, e tutti i campi della realtà l'uno dall'altro. La visione olistica è proprio quella comprensione Continua...
I FIGLI DELLA LUCE
I FIGLI DELLA LUCE




 


I Figli della Luce si nutrono di Pace, Libertà, Amore, Giustizia, Grazia, Benevolenza, Comprensione, Compassione, Generosità, Bontà, Luce, Verità, Positività, trasmettendo tutto questo intorno a loro. Le creature che vengono in contatto con i Figli della Luce percepiscono la Positività dell’operato della “Luce Amore” e uno stato di benessere entra in loro. Non sono consapevoli della fonte di questa Positività, ma stanno volentieri in compagnia dei Figli Luce dispensatori d’Amore.
Continua...
UNA SPIRITUALITA' ECOLOGICA
UNA SPIRITUALITA' ECOLOGICA

di Matthew Fox

L’ecologia e la spiritualità sono le due facce della stessa medaglia. La religione deve lasciar andare i dogmi in modo da poter riscoprire la saggezza del mondo.
Come dovrebbe essere una religione ecologica? Negli ultimi 300 anni l’umanità è stata coinvolta in una grande desacralizzazione del pianeta, dell’universo e della propria anima, e questo ha dato origine all’oltraggio ecologico. Saremo capaci di recuperare il senso del sacro?La religione del futuro non sarà una religione in senso stretto del termine, dovrà imparare a lasciare andare la religione. Il Maestro Eckhart, nel quattordicesimo secolo disse, “Prego Dio di liberarmi da Dio”. Per riscoprire la spiritualità, che è il cuore autentico di ogni religione vera e fiorente, dobbiamo liberarci dalla religione. Sembra un paradosso. La spiritualità significa usare il cuore, vivere nel mondo, dialogare con il nostro sé interiore e non semplicemente vivere a un livello organizzativo esterno.
E. F. Schumacher, nel suo profetico modo di scrivere, disse, nell’epilogo di Piccolo è bello, “Dappertutto la gente chiede, ‘Cosa posso fare praticamente?’ La risposta è tanto semplice quanto sconcertante, possiamo, ciascuno di noi, mettere in ordine la nostra casa intima, interiore. Per far questo non troviamo una guida nella scienza o nella tecnologia, poiché i valori sui quali esse si poggiano dipendono sommamente dal fine per il quale sono destinate. Tale guida la si può invece ancora trovare nella tradizionale saggezza dell’umanità”.
Tommaso d’Aquino, nel tredicesimo secolo disse, “Le rivelazioni si trovano in due volumi – la Bibbia e la natura”. Ma la teologia, a partire dal sedicesimo secolo, ha messo troppa enfasi nelle parole della Bibbia, o del Vaticano o dei professori, ha messo tutte le uova nel paniere delle parole, parole umane, e ha dimenticato la seconda fonte della rivelazione, la natura!
Il Maestro Eckhart disse, “Ogni creatura è la parola di Dio e un libro su Dio”. In altre parole, ogni creatura è una Bibbia. Ma come ci avviciniamo alla saggezza biblica, alla saggezza sacra delle creature? Col silenzio. C’è bisogno di un cuore silente per ascoltare la saggezza del vento, degli alberi, dell’acqua e della terra. Nella nostra ossessiva cultura verbale, abbiamo perso il senso del silenzio. Schumacher disse, “Siamo ormai troppo intelligenti per sopravvivere senza saggezza”. Continua... 
SULL'ANARCHIA BUDDISTA
SULL'ANARCHIA BUDDISTA di Gary Snyder

Da un punto di vista buddista, l'ignoranza che si proietta nella paura e nel vano appetito impediscono la manifestazione naturale. Storicamente, i filosofi buddisti non hanno saputo analizzare fino a che punto l'ignoranza e la sofferenza erano dovuti o favoriti da fattori sociali, considerando il timore e il desiderio come fatti intrinseci alla condizione umana. Così, la filosofia buddista si interessò principalmente alla teoria della conoscenza e la psicologia fu svantaggiata, per dare più spazio allo studio dei problemi storici e sociologici. Anche il buddismo Mahayana possiede un'ampia visione della salvezza universale, la sua realizzazione effettiva si è concretizzata nello sviluppo di sistemi pratici di meditazione per liberare a una minoranza di individui da blocchi psicologici e condizionamenti culturali. Il buddismo istituzionale è stato chiaramente disposto ad accettare o a ignorare le disuguaglianze e le tirannie sotto il sistema politico che vigeva. È stata come la morte del buddismo, posto che è comunque la morte che riesce a far comprendere il significato della compassione. La saggezza senza compassione non sente dolore.
Continua...
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MUSICA E SILENZIO


STING
La musica è probabilmente
il più antico rito religioso.
I primi sacerdoti erano probabilmente musicisti,
le prime preghiere probabilmente canti.


Come membro del trio pop di fama mondiale The Police, Sting si è affermato come uno dei più raffinati musicisti del mondo. Infatti la sua carriera di solista è stata ugualmente piena di successo. Sting fu insignito di una laurea honoris causa in musica da parte della famosa Berklee School of Music e tenne un discorso ai laureati per condividere con loro le sue radici musicali.

"Eccomi qua in piedi con uno strano cappello e una strana toga fluente, sul punto di fare qualcosa che non faccio molto spesso, cioè parlare in pubblico. Mi sto domandando com’è successo che io sia arrivato fin qui. Devo dire di essere un po’ nervoso. Ciò potrebbe apparirvi strano, per uno il cui stile di vita è quello di suonare negli stadi, ma io spesso sto nel mezzo di uno stadio pieno di gente e mi domando la stessa cosa: “Come diavolo ho fatto a finire qui?”.
 
La risposta è semplice: sono un musicista, e per qualche ragione non ho mai avuto altre ambizioni se non quella di essere un musicista. E dunque, per spiegarmi meglio, comincerò dall’inizio. Il mio primissimo ricordo coincide con una reminiscenza di tipo musicale. Mi vedo seduto ai piedi di mia madre mentre lei suona il pianoforte. Si trattava di un pianoforte verticale con i pedali di ottone consumati, e quando mia madre suonava uno dei suoi tanghi sembrava essere trasportata in un altro mondo: i piedi che dondolavano ritmicamente fra i pedali di alto e basso, le braccia che andavano su e giù seguendo le cadenze irregolari del tango, gli occhi concentrati sopra lo spartito di fronte a lei.

Per mia madre, suonare il piano rappresentava l’unico momento nel quale io non ero al centro del mondo, l’unico momento nel quale mi ignorava. Così appresi qualcosa di significativo, cioè che in quelle occasioni veniva messo in atto un importante rituale. Suppongo che si trattasse della mia iniziazione a una sorta di mistero: il mistero della musica.

Cominciai quindi ad aspirare al pianoforte e a passare ore martellando su di esso sequenze atonali nell’illusione che, se avessi insistito abbastanza a lungo, il mio rumore sarebbe divenuto musica. Tuttora lavoro sotto l’effetto di questa illusione. Mia madre, disgraziatamente, mi ha dato l’orecchio fino di un musicista, ma le mani di un idraulico. Comunque, fummo costretti a vendere il pianoforte allo scopo di risolvere un buco finanziario, e la mia carriera di compositore di musica dodecafonica fu pietosamente troncata sul nascere.

Soltanto quando uno dei miei zii emigrò in Canada, lasciandosi dietro una vecchia chitarra spagnola con cinque corde arrugginite, le mie dita goffe ed enormi trovarono un rifugio musicale, e io scoprii quella che sarebbe diventata la mia migliore amica. Laddove il pianoforte mi era sembrato inconprensibile, con la chitarra fui capace di fare musica quasi istantaneamente, e melodie, accordi, strutture della canzone cominciarono a formarsi subito sulle punte delle mie dita. Per qualche motivo, potevo ascoltare un brano alla radio e poi provare a suonarlo in maniera passabile. Era un miracolo. Trascorsi ore, giorni, mesi solo a suonare, esultando nel miracolo, e probabilmente facendo ammattire i miei genitori. Ma in primo luogo era stata colpa loro. La musica è una mania, una religione e una malattia: non esiste cura, non c’è antidoto. E io ero diventato fanatico.

C’era solo una stazione radio in quel tempo in Inghilterra, la BBC, e si potevano ascoltare i Beatles e i Rolling Stones insieme a pezzi di Mozart, Beethoven, Glenn Miller, e anche musica blues. Questa fu la mia eclettica educazione musicale, integrata dalla collezione di dischi, appartenente ai miei genitori, di Rodgers e Hammerstein, Lerner e Loewe, Elvis Presley, Little Richard e Jerry Lee Lewis; ma fu solo quando entrarono in scena i Beatles che compresi di potermi, forse, guadagnare da vivere con la musica. I Beatles venivano dalla mia stessa classe sociale, quella degli operai; erano inglesi, e Liverpool non sembrava più stravagante o più romantica della mia città natale.

Così, da compagna della mia solitudine, la chitarra si trasformò in un mezzo d’evasione. Non ho ricevuto una formazione musicale convenzionale, perciò suppongo di avere avuto successo grazie a una combinazione di cieca fortuna, scarsa abilità e tendenza a rischiare sull’onda della curiosità. Anche adesso agisco allo stesso modo, sebbene la curiosità per la musica non sia mai interamente soddisfatta. Si possono riempire biblioteche con tutto quello che non conosco riguardo alla musica: c’è sempre qualcosa in più da imparare.

Oggigiorno i musicisti non rappresentano, agli occhi della società, modelli di comportamento particolarmente rassicuranti, anzi possiamo dire di non godere di una buona reputazione. Donnaioli, alcolisti, tossicomani, persone prive di mezzi di sostentamento, evasori fiscali. E non sto parlando solo dei musicisti rock. Anche i musicisti classici hanno la stessa cattiva reputazione. E i musicisti jazz, meglio dimenticarli! Ma quando osservate un musicista suonare – quando lui o lei entrano in quel mondo musicale privato – spesso vedete un bambino intento a giocare, innocente e curioso, pieno di meraviglia per ciò che può essere adeguatamente descritto solo come un mistero, perfino un sacro mistero.

Qualcosa di profondo, qualcosa di strano, allo stesso tempo gioioso e triste. Qualcosa d’impossibile da spiegare con le parole. Voglio dire, cosa potrebbe tenerci a suonare scale e arpeggi ora dopo ora, giorno dopo giorno, anno dopo anno? È forse qualche vaga promessa di gloria, denaro, o fama? O è qualcosa di più profondo? I nostri strumenti musicali ci collegano a questo mistero, e un musicista manterrà un simile senso di meraviglia fino al momento della morte. Ebbi il privilegio di passare del tempo con il grande arrangiatore Gil Evans nell’ultimo anno della sua vita, e costui era sempre in ascolto, sempre aperto a nuove idee, sempre disponibile alla meraviglia della musica. Sempre un bambino pieno di curiosità.

Così eccoci qua, oggi, nelle nostre toghe con i nostri diplomi, i nostri titoli di studio: alcuni solamente onorari, altri diligentemente guadagnati. Abbiamo imparato a fondo le leggi dell’armonia e le norme del contrappunto, le tecniche dell’arrangiamento e dell’orchestrazione, dello sviluppo di temi e motivi ritmici. Ma qualcuno di noi sa realmente che cos’è la musica? È semplicemente fisica? Matematica? L’argomento di una romanza? Commercio? Perché è così importante per noi? Qual è la sua essenza? Non pretendo certo di saperlo. Ho scritto centinaia di canzoni, le ho pubblicate e sono entrate in classifica, ho ricevuto alcuni Grammy e possiedo abbastanza prove scritte da dimostrare che sono, in buona fede, un affermato compositore.

Tuttavia, se qualcuno mi domanda come faccio a scrivere canzoni, devo dire che davvero non lo so. Non so proprio da dove vengano. Una melodia è sempre un dono proveniente da qualche altro posto. Devi solo imparare a essere grato, e pregare affinché quel dono ti arrivi di nuovo qualche altra volta. Succede lo stesso con i testi delle canzoni: non puoi scrivere una canzone senza metafore. Puoi meccanicamente comporre versi, cori, intermezzi, mezze ottave, ma senza una metafora centrale non ottieni niente. Spesso mi chiedo: da dove vengono le melodie? Da dove vengono le metafore? Se si potesse comprarle in un negozio, sarei il primo in coda, credetemi. Passo molto del mio tempo cercando questi misteriosi beni, cercando ispirazione.

Paradossalmente comincio a credere nell’importanza del silenzio nella musica. Il potere del silenzio dopo un frase musicale, per esempio: il drammatico silenzio dopo le prime quattro note della Quinta Sinfonia di Beethoven, o lo spazio fra le note di un assolo di Miles Davis. C’è qualcosa di molto specifico in relazione alla pausa nella musica. Togliete il piede dal pedale e prestate attenzione. Mi chiedo se, come musicisti, la cosa più importante che facciamo non sia semplicemente di creare un’impalcatura per il silenzio, e se il silenzio stesso non sia quel mistero che sta nel cuore della musica. È forse il silenzio la più perfetta forma musicale? Scrivere canzoni è la sola forma di meditazione che conosco. Ed è soltanto nel silenzio che ci vengono offerti i doni della melodia e della metafora.
Noi persone del mondo moderno raramente sperimentiamo il silenzio puro, è quasi come se cospirassimo per evitarlo. Tre minuti di silenzio ci appaiono come un tempo molto lungo, poiché siamo costretti a fare attenzione a quelle idee e a quelle emozioni per le quali non troviamo quasi mai momenti idonei. Per qualcuno tutto ciò è spaventoso.

Il silenzio disturba. Disturba perché rappresenta la lunghezza d’onda dell’anima. Se non lasciamo alcuno spazio nella nostra musica – e anch’io sono colpevole come chiunque altro a questo riguardo – priviamo il suono che creiamo di un contesto determinante. Spesso è la musica nata dall’ansietà a creare una maggiore ansietà, quasi come se avessimo paura di lasciare dello spazio. La grande musica si trova tanto nello spazio fra le note quanto nelle note stesse: una battuta di pausa è significativa quanto la battuta di biscroma che la precede. Quello che sto cercando di dire è che se qualcuno mi chiede se sono religioso, io rispondo sempre: “Sì, sono un devoto musicista”.

La musica mi mette in contatto con qualcosa oltre l’intelletto, qualcosa di ultraterreno, qualcosa di sacro. Come può succedere che certi tipi di musica ci spingano alle lacrime? Perché talvolta la musica è indescrivibilmente bella? Non mi stanco mai di ascoltare l’Adagio per archi di Samuel Barber, o la Pavana di Fauré, o un pezzo come Dock of the Bay di Otis Redding. Queste opere mi parlano nell’unico linguaggio religioso che posso capire, mi fanno scivolare in uno stato di profonda meditazione, o di meraviglia. Ed esse mi rendono silenzioso.

È molto difficile spiegare la musica con le parole, poiché queste ultime risultano superflue rispetto al potere astratto della musica. Possiamo modellare le parole fino a farle diventare poesia in modo che esse vengano comprese come viene compresa la musica, ma in tal caso le parole aspirerebbero solo a raggiungere quella condizione dove la musica già si trova. La musica è probabilmente il più antico rito religioso. I nostri antenati usavano la melodia e il ritmo allo scopo di attingere al mondo spirituale per realizzare i loro propositi, per cercare di dare un senso all’universo. I primi sacerdoti erano probabilmente musicisti, le prime preghiere probabilmente canti. Così ciò che sto tentando di dire è che, come musicisti, sia che raggiungiamo un grande successo esibendoci di fronte a migliaia di persone ogni sera, sia che ci dobbiamo accontentare di suonare in bar e in piccoli club, o anche nel caso che il successo non ci arrida per nulla e ci tocchi far musica per il gatto in solitudine a casa, ci stiamo pur sempre impegnando in qualcosa che può guarire l’anima, e che ci aiuterà quando siamo giù di morale.

Sia che uno guadagni un milione di dollari o neanche un centesimo, la musica e il silenzio sono doni senza prezzo. Vi auguro di possederli sempre. E che loro posseggano voi. "

Sting (Novembre - Dicembre 1998)
estratto dal libro 
Terra Anima società vol 1
vedere le cose in connessione 
FioriGialli Edizioni 
settembre 2006



scritto da: carla il 18/04/2009 alle 16:40
le parole di sting mi hanno colpito molto, penso di regalare il suo libro a mio figlio che, come lui, è un musicista di chitarra autodidatta. Credo di essere stata io ad attaccagli la "mania musicale". Per quanto riguarda la musica come guarigione posso dire che ho letto che fin dalla notte dei tempi gli aborigeni usavano il canto come potente terapia, in aggiunta ad altri rimedi, e penso lo facciano ancora oggi.

vorrei acquistare il libro ma non riesco a trovarlo.Chi mi da una mano?grazie

PER FEDERICO:

abbiamo aggiornato la segnalazione del libro.
Il titolo è Terra Anima Società vol. 1
-vedere le cose in connessione-
Lo puoi cercare nella sezione libreria del sito
o cliccando in fondo all'articolo sul nome del libro
Cordiali saluti

FioriGialli Team

Conosco il suono curativo e la musica usata in modo curativo. Ho fatto esperienza diretta della loro potenza di guarigione. Esistono dei libri in lingua tedesca che parlano a fondo di questo, per esempio illustrano il rapporto fra vibrazione, suono e salute, ma non sono stati tradotti in italiano. La cosa migliore però è ovviamente l'esperienza diretta.
Ci vorrebbe un editore o casa editrice disposta a farli tradurre, sono interessantissimi. In Germania ci sono anche molti artisti che fanno musica meditativa, curativa.

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