Dove c'è amore, c'è visione.
Richard of St. Victor

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I SENTIERI DELL' ESSERE
Le mille Vie della Spiritualità
I SENTIERI DELL' ESSERE
LA PRATICA DA SEGUIRE
Un monaco chiese a Dong-Shan:
C'è una pratica che le persone debbano seguire?
Dong Shan rispose:
quando diventi una vera persona c'è una tale pratica.
Sai essere freccia, arco, bersaglio?
<b>Sai essere freccia, arco, bersaglio?

Sai essere freccia, arco, bersaglio?
Conosci la sequenza delle costellazioni?
La fusione dell'idrogeno in elio?
Sai misurare la tua integrità?
Se rispondi
Avrai l'immortalità.

Laura Scottini

MEDITAZIONE TAOISTA
<b>MEDITAZIONE TAOISTA </b>





 

Chiudi gli occhi e vedrai con chiarezza.
Smetti di ascoltare e sentirai la verità.
Resta in silenzio e il tuo cuore potrà cantare.
Non cercare il contatto e troverai l'unione.
Sii quieto e ti muoverai sull'onda dello spirito.
Sii delicato e non avrai bisogno di forza.
Sii paziente e compirai ogni cosa.
Sii umile e manterrai la tua integrità.

 

IL VUOTO CHE DANZA
IL VUOTO CHE DANZA










di H.W.L. Poonja


Rimani ciò che sei ovunque tu sei.
Se fai così, saprai immediatamente
di essere Quello che hai cercato
per milioni di anni.

Non c'è ricerca,
perchè si cerca solo qualcosa che si è perso.
ma quando niente è andato perduto
non ha senso
cercare qualcosa.

Qui semplicemente Stai Quieto.
Non formare nemmeno un pensiero nella mente.
Allara saprai
Chi sei realmente.

per tre motici la ricerca e la pratica
sono follie fuorvianti
sono l'inganno della mente
per posporre la libertà.
Continua...

PAROLE SU DIO
PAROLE SU DIO

di Simone Weil

Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio. … Così pure, la prova che un bambino sa fare una divisione non sta nel ripetere la regola; sta nel fatto che fa le divisioni.

Il bello è ciò che si desidera senza volerlo mangiare. Desideriamo che sia. Restare immobili e unirsi a quel che si desidera senza avvicinarsi. Ci si unisce a Dio così: non potendosene avvicinare. La distanza è l’anima del bello.

Nella prima leggenda del Graal è detto che il Graal, pietra miracolosa che in virtù dell’ostia consacrata sazia ogni fame, apparterrà a chi per primo dirà al custode della pietra, il re quasi paralizzato dalla più dolorosa ferita: “Qual è il tuo tormento?”. La pienezza dell’amore del prossimo sta semplicemente nell’essere capace di domandargli: “Qual è il tuo tormento?”, nel sapere che lo sventurato esiste, non come uno fra i tanti, non come esemplare della categoria sociale ben definita degli “sventurati”, ma in quanto uomo, in tutto simile a noi, che un giorno fu colpito e segnato dalla sventura con un marchio inconfondibile. Per questo è sufficiente, ma anche indispensabile, saper posare su di lui un certo sguardo. Continua...
I BAMBINI
DAGLI OCCHI DI SOLE

I BAMBINI<br> DAGLI OCCHI DI SOLE










Vidi i pionieri ardenti dell’Onnipotente
superando la soglia celeste che è volta alla vita
discendere in frotta i gradini d’ambra della nascita;
precursori d’una moltitudine divina,
essi lasciavano le rotte della stella del mattino
per l’esigua stanza della vita mortale.

Li vidi traversare il crepuscolo di un’era,
i figli dagli occhi di sole di un’alba meravigliosa,
i grandi creatori dall’ampia fronte di calma,
i distruttori possenti delle barriere del mondo
che lottano contro il destino nelle arene della Sua volontà,
operai nelle miniere degli dei,
messaggeri dell’Incomunicabile,
architetti dell’Immortalità.

Nella sfera umana caduta essi entravano,
i volti ancora soffusi della gloria dell’Immortale,
le voci ancora in comunione coi pensieri di Dio,
i corpi magnificati dalla luce dello spirito,
portando la parola magica, il fuoco mistico,
portando la coppa dionisiaca della gioia,
Continua...
IL SEGRETO DELLE STELLE CADENTI
IL SEGRETO DELLE STELLE CADENTI

di Maurizio Di Gregorio

Tutti cerchiamo qualcosa. Se lo cerchiamo nel mondo materiale pensiamo di trovarlo all’esterno di noi stessi. Se lo cerchiamo nel mondo spirituale siamo portati a credere di poterlo trovare all’interno di noi. Una massima dice: la risposta è dentro di te. Una battuta invece dice: la risposta è dentro di te, ma è sbagliata. Ambedue le affermazioni sono vere perché si riferiscono a due esseri diversi. Uno vero e l’altro falso. Come si fa a sapere quale é l’Io interiore che contiene tutte le risposte della vita? Dalla felicità. Nel primo caso si sa solo che si è felici, sia pure per un attimo, si è completamente, immensamente e interamente felici e più correttamente si dovrebbe chiamarla beatitudine. Nel secondo caso sappiamo solo, che a dispetto di ogni altra cosa, momentanea soddisfazione o eccitazione, non si è veramente felici. 
Aivanhov, definendo la natura umana, parla della coesistenza di una natura inferiore e di una natura superiore. All’interno di ognuno è una continua lotta tra due esseri (o stati di essere) in competizione che Aivanhov chiama Personalità e Individualità. “Persona “ è la maschera e in ogni incarnazione la maschera è diversa, “Individualità” è l’abitante della maschera, colui che non cambia, il vero Sé divino. La personalità è in parte ancora inesistente nel bambino ma già tracciata, si sviluppa con l’età come la trama di un tessuto e si consuma nella vecchiaia. Il risveglio dell’anima consiste nel riconoscimento del Sé interiore e nell’abbandono momentaneo della maschera della personalità. Ora anche se possiamo capire qualcosa del nostro essere maschera, né la mente, né il cuore né la volontà sono risolutivi.
E questo perché mente cuore e volontà sono una triade che esiste tanto nella natura delle Individualità quanto nella natura della Personalità.
“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” Quale è, in ogni dato momento, il cuore che chiede, la mente che cerca, la volontà che agisce? La strada dell’evoluzione spirituale, cioè della evoluzione dell’essere allo Spirito, è insidiosa perché ad ogni sviluppo della Individualità segue uno sviluppo della Personalità. Differentemente il discernimento è possibile solo dal punto di vista della Coscienza Superiore che è esattamente ciò che si illumina.
Fuori da questa esperienza si persiste sempre in un tipo di coscienza media, anche se ampliata o sofisticata, una coscienza media perché media in un equilibrio precario le necessità delle due nature....Continua...
I SETTE ASPETTI DELLA NUOVA COSCIENZA
I SETTE ASPETTI DELLA NUOVA COSCIENZA

di Ervin Laszlo

Il grande compito, la grande sfida del nostro tempo è cambiare se stessi.
Questo elenco delle principali caratteristiche della nuova visione, della nuova coscienza, è scritto per stimolare la trasformazione, perché è possibile acquisire una nuova consapevolezza, perché tutti possono evolvere, tante persone l'hanno già fatto ed è diventata una conditio sine qua non della nostra sopravvivenza sulla Terra.
La prima caratteristica è l'olismo, la visione olistica, per contrastare la visione frammentaria, disciplinaria, atomistica, che separa tutto: la mente dalla natura, l'uomo e la società dalla biosfera, e tutti i campi della realtà l'uno dall'altro. La visione olistica è proprio quella comprensione Continua...
I FIGLI DELLA LUCE
I FIGLI DELLA LUCE




 


I Figli della Luce si nutrono di Pace, Libertà, Amore, Giustizia, Grazia, Benevolenza, Comprensione, Compassione, Generosità, Bontà, Luce, Verità, Positività, trasmettendo tutto questo intorno a loro. Le creature che vengono in contatto con i Figli della Luce percepiscono la Positività dell’operato della “Luce Amore” e uno stato di benessere entra in loro. Non sono consapevoli della fonte di questa Positività, ma stanno volentieri in compagnia dei Figli Luce dispensatori d’Amore.
Continua...
UNA SPIRITUALITA' ECOLOGICA
UNA SPIRITUALITA' ECOLOGICA

di Matthew Fox

L’ecologia e la spiritualità sono le due facce della stessa medaglia. La religione deve lasciar andare i dogmi in modo da poter riscoprire la saggezza del mondo.
Come dovrebbe essere una religione ecologica? Negli ultimi 300 anni l’umanità è stata coinvolta in una grande desacralizzazione del pianeta, dell’universo e della propria anima, e questo ha dato origine all’oltraggio ecologico. Saremo capaci di recuperare il senso del sacro?La religione del futuro non sarà una religione in senso stretto del termine, dovrà imparare a lasciare andare la religione. Il Maestro Eckhart, nel quattordicesimo secolo disse, “Prego Dio di liberarmi da Dio”. Per riscoprire la spiritualità, che è il cuore autentico di ogni religione vera e fiorente, dobbiamo liberarci dalla religione. Sembra un paradosso. La spiritualità significa usare il cuore, vivere nel mondo, dialogare con il nostro sé interiore e non semplicemente vivere a un livello organizzativo esterno.
E. F. Schumacher, nel suo profetico modo di scrivere, disse, nell’epilogo di Piccolo è bello, “Dappertutto la gente chiede, ‘Cosa posso fare praticamente?’ La risposta è tanto semplice quanto sconcertante, possiamo, ciascuno di noi, mettere in ordine la nostra casa intima, interiore. Per far questo non troviamo una guida nella scienza o nella tecnologia, poiché i valori sui quali esse si poggiano dipendono sommamente dal fine per il quale sono destinate. Tale guida la si può invece ancora trovare nella tradizionale saggezza dell’umanità”.
Tommaso d’Aquino, nel tredicesimo secolo disse, “Le rivelazioni si trovano in due volumi – la Bibbia e la natura”. Ma la teologia, a partire dal sedicesimo secolo, ha messo troppa enfasi nelle parole della Bibbia, o del Vaticano o dei professori, ha messo tutte le uova nel paniere delle parole, parole umane, e ha dimenticato la seconda fonte della rivelazione, la natura!
Il Maestro Eckhart disse, “Ogni creatura è la parola di Dio e un libro su Dio”. In altre parole, ogni creatura è una Bibbia. Ma come ci avviciniamo alla saggezza biblica, alla saggezza sacra delle creature? Col silenzio. C’è bisogno di un cuore silente per ascoltare la saggezza del vento, degli alberi, dell’acqua e della terra. Nella nostra ossessiva cultura verbale, abbiamo perso il senso del silenzio. Schumacher disse, “Siamo ormai troppo intelligenti per sopravvivere senza saggezza”. Continua... 
SULL'ANARCHIA BUDDISTA
SULL'ANARCHIA BUDDISTA di Gary Snyder

Da un punto di vista buddista, l'ignoranza che si proietta nella paura e nel vano appetito impediscono la manifestazione naturale. Storicamente, i filosofi buddisti non hanno saputo analizzare fino a che punto l'ignoranza e la sofferenza erano dovuti o favoriti da fattori sociali, considerando il timore e il desiderio come fatti intrinseci alla condizione umana. Così, la filosofia buddista si interessò principalmente alla teoria della conoscenza e la psicologia fu svantaggiata, per dare più spazio allo studio dei problemi storici e sociologici. Anche il buddismo Mahayana possiede un'ampia visione della salvezza universale, la sua realizzazione effettiva si è concretizzata nello sviluppo di sistemi pratici di meditazione per liberare a una minoranza di individui da blocchi psicologici e condizionamenti culturali. Il buddismo istituzionale è stato chiaramente disposto ad accettare o a ignorare le disuguaglianze e le tirannie sotto il sistema politico che vigeva. È stata come la morte del buddismo, posto che è comunque la morte che riesce a far comprendere il significato della compassione. La saggezza senza compassione non sente dolore.
Continua...
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QUEL CHE SI TROVA DIPENDE DA QUEL CHE SI CERCA


di Italo Choni Dorje

Quel che si trova dipende soprattutto da ciò che si stava cercando! Nel campo della ricerca scientifica, dai tempi della “rivoluzione quantistica” dello scorso secolo, è un fatto pienamente assodato che qualsiasi ricerca è non solo influenzata, ma addirittura pilotata dall’atteggiamento mentale di colui che ricerca. Infatti è lo sperimentatore che organizza lo spazio in cui avviene l’esperimento, che ne decide le regole e le procedure, e che organizza le proprie percezioni a partire da un certo punto di vista e da certe aspettative. Lo stesso principio vale per tutte le esperienze umane, senza eccezioni: dal guardare (e poi giudicare) un film al cinema, al frequentare (e poi giudicare) una persona o un gruppo di amici, al provare (e poi giudicare) un certo sentiero spirituale. In tutte le cose, quel che si trova dipende soprattutto da ciò che si stava cercando!

Per questa ragione, un “ricercatore spirituale” dovrebbe esaminare attentamente non solo la validità degli insegnamenti che incontra, ma anche le proprie motivazioni, speranze, paure, aspettative e atteggiamenti di fondo. Nella pratica buddhista parliamo di tre atteggiamenti supremi, che sono i tre modi migliori di accostarsi agli insegnamenti sulla natura della mente e a qualsiasi attività di natura spirituale, come leggere, ascoltare, riflettere, meditare, insegnare e così via.
 
Il primo atteggiamento supremo – da coltivare all’inizio, prima ancora di dedicarsi alla lettura, allo studio o alla pratica – è quello di adottare la giusta motivazione, una motivazione che sia sufficientemente grande (in tutti i sensi) e capace di aprire la mente e il cuore. Perché in questo momento ci stiamo interessando all’insegnamento buddhista? Perché dedicare tempo ed energia al lavoro sulla propria mente o a un qualsiasi interesse di tipo spirituale? Vogliamo arricchire le nostre conoscenze e le nostre capacità? Vogliamo stare meglio? Vogliamo essere più felici? Tutto questo è perfettamente normale: infatti ogni essere vivente, senza eccezioni, desidera la felicità e cerca di migliorare la propria condizione. Al tempo stesso, noi in quanto individui siamo uno – mentre gli altri esseri viventi sono così tanti che calcolare il loro numero è impossibile! E allora, che senso ha concentrarsi unicamente sulla propria realizzazione individuale, quando innumerevoli altri esseri – dal punto di vista della conoscenza della propria mente – continuano a brancolare nella più completa confusione? Che consolazione sarebbe mai la liberazione o l’illuminazione di uno solo, se tutti gli altri dovessero restare prigionieri di una condizione insoddisfacente e infelice? Quale carcerato, detenuto ingiustamente, potrebbe essere veramente felice nell’evadere, sapendo che i suo familiari e le persone che più ama al mondo continueranno ad essere prigionieri per sempre? Riflettiamo per un attimo sull’effettiva condizione di tutte le persone che ci stanno intorno.

Tutti (senza distinzioni di “buono” o “cattivo”, “simpatico” o “antipatico”) desiderano la felicità più di ogni altra cosa al mondo – eppure ne sono quasi completamente privi; non conoscono neppure lontanamente le cause della felicità, e tutto ciò che fanno, dicono e pensano finisce per portarli in una direzione opposta a quella desiderata. Quelli che danneggiano gli altri, imbrogliano, mancano di rispetto, mettono i propri interessi personali al di sopra di ogni altra cosa, sono le prime vittime del proprio comportamento: la loro mente è già adesso un “piccolo inferno”, in cui trovare un po’ di pace è estremamente difficile, perfino quando di notte si va a dormire e si resta soli con la propria coscienza e con i propri sogni (o incubi).

Tutti, senza distinzioni, cercano di evitare la sofferenza – eppure diverse forme di insoddisfazione sono l’ingrediente principale delle loro vite; non hanno la minima idea di quali siano le cause dell’infelicità, e i loro stessi comportamenti fisici, verbali e mentali producono esattamente quella frustrazione che vorrebbero evitare. Di fronte a tutto questo, l’unica motivazione davvero valida per accostarsi al Dharma – agli insegnamenti liberatori chiamati “Buddhismo” – è quella di poter essere di beneficio e guida per gli altri. In sanscrito, questa perfetta motivazione altruistica si chiama bodhicitta. Senza bodhicitta, ogni sentiero spirituale si trasforma nell’ennesimo auto–inganno, in una nuova fissazione partorita dal solito pensiero egocentrico.

Grazie a bodhicitta, invece, tutti gli ostacoli (sia esterni che interiori) vengono rimossi velocemente, le forze ostili si trasformano in alleate, la mente e il cuore si aprono alla propria natura di buddha e i frutti della pratica possono maturare rapidamente. Bodhicitta è il primo atteggiamento supremo. Prima di impegnarci in qualsiasi pratica di natura spirituale (e perfino di natura ordinaria) dovremmo controllare che la nostra motivazione interiore sia quella giusta. Il secondo atteggiamento supremo è quello da tenere durante un’attività di tipo spirituale, ad esempio mentre si ascolta un insegnamento, si fa una meditazione… o si legge un testo proprio come questo: una cosa è leggerlo frettolosamente sul monitor del proprio computer, altro è stamparlo e dedicare il giusto tempo alla lettura e alla riflessione. Anche dopo averlo stampato, una cosa è leggerlo distrattamente sul divano di casa, nel bel mezzo di rumori e distrazioni di ogni tipo; altro è dedicare alla lettura uno specifico momento della giornata e un luogo tranquillo (come l’abituale angolo di meditazione, per quelli che lo possiedono già).

Quel che si trova dipende soprattutto da ciò che si stava cercando; quel che si ricava dipende soprattutto da ciò che si investe. Leggendo, riflettendo e meditando bisognerebbe mantenere la mente libera da distrazioni e dal divagare dei pensieri; come minimo, bisognerebbe essere liberi da preoccupazioni ordinarie e da pensieri di tornaconto o vantaggio personale. Così facendo, la mente e il cuore si aprono veramente al potere di trasformazione degli insegnamenti; senza frapporre ostacoli o filtri deformanti, ci si avvicina all’essenza della pratica che è anche l’essenza della propria natura di buddha. In questo modo i risultati non tarderanno a manifestarsi. Il terzo atteggiamento supremo va coltivato alla fine, dopo aver concluso una qualsiasi attività spirituale o di Dharma.

Bisogna anzitutto rallegrarsi per l’energia positiva che è stata creata grazie a quell’attività: cioè per le buone impressioni (anche inconsce) che nutrono in profondità la mente – generando forza interiore, gioia, fiducia in se stessi, autostima e apprezzamento della propria “bontà fondamentale”. Questa energia positiva e queste buone impressioni, che sono il miglior cibo per la mente, nel linguaggio buddhista vengono chiamate meriti. I meriti sono il carburante principale per raggiungere la liberazione e l’illuminazione, insieme alla saggezza. Questi meriti una volta accumulati devono essere dedicati, altrimenti sarebbe come comprare del carburante e dimenticarselo in cantina, senza utilizzarlo per i propri spostamenti o per altri scopi. Il terzo atteggiamento supremo, quindi, è quello di dedicare i propri meriti alla felicità di tutti gli esseri viventi, senza eccezioni. Questo significa formulare mentalmente un augurio: “Grazie ai meriti che ho appena creato, possano tutti gli esseri raggiungere la liberazione e la piena illuminazione!”. Oppure: “Grazie ai meriti che ho appena creato, possa io realizzare lo stato di Buddha e guidare tutti gli esseri alla stessa meta!”. In questo modo i meriti che accumuliamo si moltiplicano innumerevoli volte e, anziché essere semplici cause di una certa gioia momentanea, diventano cause della nostra futura illuminazione per il beneficio di tutti.

Generare la giusta motivazione altruistica all’inizio, restare liberi dalle distrazioni durante, e dedicare correttamente i meriti alla fine: questi sono i tre atteggiamenti supremi, i tre modi migliori di accostarsi agli insegnamenti. Nell’insegnamento buddhista tradizionale, esiste anche una similitudine per indicare tre attitudini dannose nell’avvicinarsi allo studio e alla pratica del Dharma; tre atteggiamenti che bisognerebbe sforzarsi di evitare, perché possono rendere il nostro approccio controproducente, cioè causa di una confusione ancora maggiore. La similitudine è quella della tazza. Il primo atteggiamento da evitare è quello di una tazza rovesciata. Quando una tazza è rovesciata non è più in grado di funzionare, cioè di accogliere al suo interno una bevanda. Allo stesso modo, un “ricercatore spirituale” che sia distratto o disinteressato all’insegnamento non sarà in grado di accoglierne l’essenza, e progredirà molto lentamente. Anche quando il lavoro sulla mente sembra diventare impegnativo, bisognerebbe applicarsi con energia, entusiasmo e buona volontà: infatti i risultati che si otterranno dipendono proprio dal grado di interesse e di applicazione. Una trappola molto comune – in realtà un’autodifesa dell’ego che si sente minacciato – è quella dello scoraggiamento: “È troppo difficile per me, non posso farcela”.

Nel Buddhismo si dice che abbiamo a disposizione 84.000 metodi per raggiungere l’illuminazione: questi metodi – trasmessi dal Buddha e da tutti i maestri realizzati che lo hanno seguito – si adattano alle diverse inclinazioni mentali degli individui; non esiste persona (sia pure ignorante, confusa o pigra) che non possa trovare, grazie alla guida di un insegnante qualificato, uno o più metodi che facciano esattamente al caso suo. Tutto ciò che occorre è un po’ di apertura e ricettività: proprio come una tazza pronta ad essere riempita. Il secondo atteggiamento da evitare è quello di una tazza bucata. Come una tazza bucata non riesce a trattenere il suo liquido, perdendolo tutto, così uno studente che dimentica quello che gli viene insegnato non può ricavare un vero beneficio, perché perde velocemente ogni progresso fatto in precedenza. Dimenticarsi dell’insegnamento significa molto più della semplice incapacità di ricordare; significa lasciarsi sopraffare dalle distrazioni e dalle tante faccende legate alla vita quotidiana. Nel gergo buddhista, questa viene chiamata “pigrizia della distrazione”: ci si interessa al lavoro sulla propria mente per un certo periodo di tempo, poi prevalgono le preoccupazioni legate al lavoro, alla casa, alle cose e agli affetti.

Queste preoccupazioni, di per sé, sono inesauribili e producono continue “situazioni di emergenza”: se si aspetta che le “emergenze” siano finite prima di dedicarsi alla pratica del Dharma, allora probabilmente non si praticherà mai. Arriverà prima la morte e, solo in quel momento, forse ci si accorgerà che le preoccupazioni ordinarie non erano poi così importanti, se guardate dal punto di vista della fine di questa vita. Il terzo atteggiamento da evitare è quello di una tazza contenente del veleno. Una tazza avvelenata può rendere tossica o addirittura letale qualsiasi bevanda, anche la più deliziosa; allo stesso modo, una mente inquinata da emozioni perturbatrici come la rabbia, l’orgoglio, l’attaccamento, l’invidia o la confusione (i “cinque veleni”) può rendere perfettamente inutili o addirittura nocivi anche i più sublimi insegnamenti spirituali. Qui è fondamentale la motivazione con cui ci si dedica allo studio e alla pratica del lavoro sulla propria mente; questo è un auto–esame che ciascuno deve fare, un processo che non può essere saltato.

Questa osservazione delle proprie motivazioni non è un’attività da iniziare e finire alla svelta: è un processo di lunga durata, in cui nuovi strati di confusione e condizionamenti vengono continuamente alla luce. Come minimo, però, occorre smascherare quanto prima un’emozione particolarmente dannosa: l’orgoglio. Questo ha moltissime caratteristiche negative e nessun lato positivo; trasmette l’illusione di possedere speciali qualità che gli altri non hanno, e rende inconsapevoli dei difetti propri e delle buone qualità altrui. Con l’orgoglio, diventa molto difficile imparare dagli altri; si tende a disprezzare quelli che appaiono come da meno, a invidiare quelli che sembrano superiori e a competere con quelli che sembrano allo stesso livello. Nel contesto dell’accostarsi allo studio e alla pratica del Dharma, orgoglio significa soprattutto un atteggiamento molto nocivo (per la persona orgogliosa): paragonare continuamente le proprie conoscenze, le proprie capacità e le proprie convinzioni agli insegnamenti (e agli insegnanti da cui questi si ricevono).

Da un lato della medaglia, un sano scetticismo e una buona dose di senso critico sono chiari segni di intelligenza, e il Buddha stesso incoraggiava continuamente queste qualità; dal lato opposto, l’orgoglio e il desiderio di entrare in competizione con gli insegnamenti paralizzano ogni possibilità di progresso interiore. Una volta chiariti i dubbi fondamentali, il senso critico dovrebbe – idealmente – lasciare pian piano il posto a qualità come la fiducia, l’apertura e la devozione; è con questi atteggiamenti, e non con la diffidenza e la sfida, che si progredisce rapidamente. Come una tazza rovesciata, distrarsi e non ascoltare; come una tazza bucata, ascoltare senza ricordarsi di mettere in pratica; come una tazza contenente veleno, ascoltare con la mente inquinata dalle cinque emozioni perturbatrici: questi sono i tre atteggiamenti da evitare nell’accostarsi agli insegnamenti. In qualsiasi caso, accostarsi agli insegnamenti con diffidenza o per dimostrare che sono sbagliati (mentre noi abbiamo ragione) sarebbe una perfetta perdita di tempo.

Quel che si trova dipende da ciò che si stava cercando; se ci si rivolge al Dharma per aggredire (o giudicare, criticare) anziché per progredire, è naturale che non possa scaturirne nulla di buono. Come minimo, gli insegnamenti non potranno essere di alcun beneficio per chi li riceve; nella peggiore delle ipotesi, si comprometterà la propria capacità di avvicinarsi a un sentiero spirituale, per molto tempo. Viceversa, ci sono quattro metafore che descrivono la maniera ideale di accostarsi al Dharma, in modo tale da riceverne il massimo beneficio possibile: 1) Dovremmo pensare a noi stessi come se fossimo malati – di una malattia che è impossibile curare, a meno che non ci si rivolga agli insegnamenti, come se fossero l’ultima speranza che ci è rimasta. Questa descrizione non è molto lontana dalla realtà: siamo effettivamente malati di un certo grado di insoddisfazione o infelicità, siamo effettivamente malati delle cinque emozioni perturbatrici e siamo effettivamente malati dell’incapacità di controllare la nostra mente e realizzarne lo stato naturale. Se non partiamo dal riconoscimento di una reale posizione di bisogno, da parte nostra (bisogno di aiuto, ispirazione, guida o come altro lo si voglia chiamare), allora forse stiamo coltivando una pura e semplice curiosità intellettuale – che, dal punto di vista della crescita interiore, è un terreno piuttosto sterile.
 
Quel che si trova, dipende soprattutto da ciò che si stava cercando. 2) Dovremmo pensare al Dharma come se fosse la medicina, l’unico rimedio in grado di guarire la nostra malattia. Essendo malato di una malattia giudicata incurabile, chi perderebbe tempo nel momento in cui un nuovo rimedio dovesse essere scoperto? Gli insegnamenti possono veramente (così come hanno fatto per tante persone, prima di noi) condurci alla completa liberazione da ogni traccia di sofferenza, verso una beatitudine che è talmente grande da non poter essere neppure descritta. Avendo avuto l’immensa fortuna di incontrare gli insegnamenti liberatori in questa vita, il senso di apprezzamento e gratitudine dovrebbe prevalere su qualsiasi altro pensiero. 3) Dovremmo pensare al nostro insegnante come a un abile dottore. La medicina esiste; di fatto, ne esistono varietà e combinazioni pressoché infinite.

Chi potrebbe mai formulare una terapia ad hoc per se stesso, senza l’aiuto di un dottore che padroneggi la conoscenza della materia medica? Il Buddha e i grandi maestri realizzati che sono venuti dopo di lui, hanno trasmesso 84.000 metodi per lavorare sulla propria mente; senza l’aiuto di un maestro qualificato, chi potrebbe mai avventurarsi nello studio “fai–da–te” dell’immensa mole di insegnamenti chiamati Vinaya, Sutra, Abhidharma, Tantra, trattati e commentari? Una vita intera non basterebbe neppure per leggerne la metà, figuriamoci per metterli in pratica! Per questa ragione l’insegnante, che detiene le preziose istruzioni orali, è il medico e il farmacista che può – da solo – somministrarci la cura che fa al caso nostro. Nelle istruzioni dei nostri insegnanti, è condensata la quintessenza di tutti i livelli e i veicoli del sentiero che conduce all’illuminazione. 4) Dovremmo pensare alla nostra pratica individuale come alla via che porta alla completa guarigione. Il dottore più esperto e competente di questo mondo sarebbe impotente se, una volta prescritta la terapia, noi ci rifiutassimo di seguirla.

Il medico non può guarirci in senso stretto; è seguire i suoi consigli che ci può far guarire. Allo stesso modo il Buddha in persona, se lo incontrassimo faccia a faccia, non potrebbe illuminarci; se questo fosse possibile lo avrebbe già fatto, vista e considerata la sua infinita compassione. Ricevere gli insegnamenti senza metterli in pratica è come ricevere una cura senza poi seguirla; tutta l’immensa mole di conoscenze che chiamiamo Buddhismo alla fin fine si riduce a questo: ricevere un metodo (chiamato meditazione) e metterlo in pratica, lavorandoci giorno dopo giorno fino alla completa realizzazione. Detto così, forse non sembrerà particolarmente romantico, “mistico”, esotico o avventuroso; eppure il risultato finale è garantito dal livello di realizzazione che, prima di noi, ha raggiunto un numero incalcolabile di praticanti. “O nobile praticante, dovresti pensare a te stesso come un malato, al Dharma come la medicina, al tuo insegnante come un abile dottore e alla pratica diligente come la via per la guarigione”. (Il Buddha). Una volta generata la giusta attitudine nei riguardi dell’insegnamento, siamo veramente pronti per iniziare l’esplorazione dei suoi punti fondamentali. Il nostro atteggiamento personale è assolutamente essenziale; quando studiamo qualcosa, il soggetto dello studio dev’essere indagato ancora prima dell’oggetto: è così che ragioniamo nel Buddhismo.
 
Un giorno il Buddha spiegò ai suoi studenti quale fosse la differenza fra un cane e un leone: “Se lanci un bastone a un cane, il cane rincorrerà quel bastone; se lanci un bastone a un leone, il leone rincorrerà te!”. Dobbiamo sviluppare lo stesso “punto di vista” di un leone: il soggetto è più interessante di un oggetto; il nostro atteggiamento verso le cose – il modo in cui le percepiamo e in cui reagiamo ad esse – è più importante delle cose stesse; la mente (ciò che conosce e fa esperienza) è più importante di qualsiasi conoscenza o fenomeno. Se ci ricordiamo sempre del “punto di vista” del leone, siamo pienamente qualificati per proseguire e progredire nello studio e nella pratica del Dharma.

di Italo Choni Dorje, www.Realizzazione.it 


Caro Italo, se mai questa mia letterina cibernetica ti dovesse arrivare, vorrei dirti ciò che penso a riguardo dei "maestri". E' indubbio che un buon maestro faccia, almeno tendenzialmente, un apprendista migliore. E' vero, anche se in potenzialità minori, anche il contrario, cioè che un buon apprendista fa il Maestro migliore. Non è vero, in senso assoluto, che sia necessario un maestro per intraprendere i sentieri più impervi di qual si voglia ricerca interiore o disciplina spirituale(purtroppo esistono anche maestri, diciamolo pure, così così). Incontrare il "Maestro" giusto di per se stesso è come aver già una buona parte del proprio obiettivo in mano...e possiamo anche parlare di Illuminazione, perchè no. Daltrode, che lo si voglia o no, siamo al mondo per imparare e per purificarci.
Umilmente, vorrei suggerire un paragone diverso da quello della tazza: tutte le discipline e tutte le religioni sono perfettamente consapevoli dell'energia che latita nello spazio quale veicolo di ogni manifestazione fisica-chimica-spirituale, nessuna esclusa. La "natura" (ricordiamoci sempre dell'etimologia delle parole)nasce, cresce e muore in continuazione. Le informazioni, come gli eventi naturali o qualsiasi altro accadimento, sono in primis passaggi e trasformazioni di energia. Credo che ritenere la nostra mente, come la nostra crescita esperenziale e spirituale, come un bene da immagazzinare(e quindi possedere) in una tazza sia un paragone, se non errato, almeno parziale. In un attacco di presunzione proporrei un imbuto, ma non rovesciato come lo proponeva Hyeronimus Bosh per esempio, ma nel suo verso naturale, cioè con il flusso dalla parte larga verso quella più stretta, quella convogliatrice per intenderci. Abbiamo l'onere e l'onore di assorbire energia e di liberarla modificata, soprattutto attraverso il Dharma. L'energia contenuta nell'Universo stesso fluttua ed è convoglita e modificata in "antimateria" attraverso i così definiti "buchi neri" o sbaglio? L'Universo, sarà mica retto in equilibbrio dall'Universo parallelo dall'antimateria...?! La morte, l'ANTI-TUTTO per eccellenza è un ottima maestra di vita (strana dicotonia, non credete?). Affettuosissimamente vostro curioso lettore. Marco

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05 APRILE 2019 BOLOGNA - MEDITAZIONE - L'ESPERIENZA DEL RAJA YOGA
17 APRILE 2019 MILANO - CELEBRAZIONE EQUINOZIO DI PRIMAVERA E MEDITAZIONE DELLA PASQUA
13 - 14 APRILE CANTAGALLO (PO) - TEMPIO INTERIORE - SEMINARIO DI DANZA SUFI
13 - 14 APRILE 2019 FIRENZE - WORKSHOP LA SAGGEZZA DEL CUORE - PER INSEGNANTI E GENITORI
02 APRILE 2019 MILANO - IL POTERE DELL INTUIZIONE
14 APRILE 2019 MILANO - IMPARIAMO AD INTERPRETARE SEGNI E COINCIDENZE - CON GIAN MARCO BRAGADIN
05 APRILE 2019 PERUGIA - MEDITAZIONE E ARTE
25 - 28 APRILE 2019 GROSSETO - SEMINARIO DI ASCOLTO DI SE CON IL RESPIRO
27 APRILE 2019 FIRENZE - HO OPONOPONO IL SEGRETO HAWAIANO
27 - 28 APRILE 2019 MONTELUPO FIORENTINO - CORSO DI COSTELLAZIONI FAMILIARI E SISTEMICHE
25 - 26 - 27 - 28 APRILE 2019 BELLARIA IGEA MARINA (RN) - OSHOFESTIVAL 2019
06 APRILE 2019 ROMA - TRA LUCE E OMBRA - SEMINARIO ESPERIENZIALE
12 APRILE 2019 SAN PIETRO IN CERRO (PC) - LIBERA LE EMOZIONI
03 APRILE 2019 PRATO - L'UNIONE - I 12 PASSI DELL AMORE
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