Come parli, così è il tuo cuore.
Paracelso

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I SENTIERI DELL' ESSERE
Le mille Vie della Spiritualità
I SENTIERI DELL' ESSERE
LA PRATICA DA SEGUIRE
Un monaco chiese a Dong-Shan:
C'è una pratica che le persone debbano seguire?
Dong Shan rispose:
quando diventi una vera persona c'è una tale pratica.
Sai essere freccia, arco, bersaglio?
<b>Sai essere freccia, arco, bersaglio?

Sai essere freccia, arco, bersaglio?
Conosci la sequenza delle costellazioni?
La fusione dell'idrogeno in elio?
Sai misurare la tua integrità?
Se rispondi
Avrai l'immortalità.

Laura Scottini

MEDITAZIONE TAOISTA
<b>MEDITAZIONE TAOISTA </b>





 

Chiudi gli occhi e vedrai con chiarezza.
Smetti di ascoltare e sentirai la verità.
Resta in silenzio e il tuo cuore potrà cantare.
Non cercare il contatto e troverai l'unione.
Sii quieto e ti muoverai sull'onda dello spirito.
Sii delicato e non avrai bisogno di forza.
Sii paziente e compirai ogni cosa.
Sii umile e manterrai la tua integrità.

 

IL VUOTO CHE DANZA
IL VUOTO CHE DANZA










di H.W.L. Poonja


Rimani ciò che sei ovunque tu sei.
Se fai così, saprai immediatamente
di essere Quello che hai cercato
per milioni di anni.

Non c'è ricerca,
perchè si cerca solo qualcosa che si è perso.
ma quando niente è andato perduto
non ha senso
cercare qualcosa.

Qui semplicemente Stai Quieto.
Non formare nemmeno un pensiero nella mente.
Allara saprai
Chi sei realmente.

per tre motici la ricerca e la pratica
sono follie fuorvianti
sono l'inganno della mente
per posporre la libertà.
Continua...

PAROLE SU DIO
PAROLE SU DIO

di Simone Weil

Non è dal modo in cui un uomo parla di Dio, ma dal modo in cui parla delle cose terrestri, che si può meglio discernere se la sua anima ha soggiornato nel fuoco dell’amore di Dio. … Così pure, la prova che un bambino sa fare una divisione non sta nel ripetere la regola; sta nel fatto che fa le divisioni.

Il bello è ciò che si desidera senza volerlo mangiare. Desideriamo che sia. Restare immobili e unirsi a quel che si desidera senza avvicinarsi. Ci si unisce a Dio così: non potendosene avvicinare. La distanza è l’anima del bello.

Nella prima leggenda del Graal è detto che il Graal, pietra miracolosa che in virtù dell’ostia consacrata sazia ogni fame, apparterrà a chi per primo dirà al custode della pietra, il re quasi paralizzato dalla più dolorosa ferita: “Qual è il tuo tormento?”. La pienezza dell’amore del prossimo sta semplicemente nell’essere capace di domandargli: “Qual è il tuo tormento?”, nel sapere che lo sventurato esiste, non come uno fra i tanti, non come esemplare della categoria sociale ben definita degli “sventurati”, ma in quanto uomo, in tutto simile a noi, che un giorno fu colpito e segnato dalla sventura con un marchio inconfondibile. Per questo è sufficiente, ma anche indispensabile, saper posare su di lui un certo sguardo. Continua...
I BAMBINI
DAGLI OCCHI DI SOLE

I BAMBINI<br> DAGLI OCCHI DI SOLE










Vidi i pionieri ardenti dell’Onnipotente
superando la soglia celeste che è volta alla vita
discendere in frotta i gradini d’ambra della nascita;
precursori d’una moltitudine divina,
essi lasciavano le rotte della stella del mattino
per l’esigua stanza della vita mortale.

Li vidi traversare il crepuscolo di un’era,
i figli dagli occhi di sole di un’alba meravigliosa,
i grandi creatori dall’ampia fronte di calma,
i distruttori possenti delle barriere del mondo
che lottano contro il destino nelle arene della Sua volontà,
operai nelle miniere degli dei,
messaggeri dell’Incomunicabile,
architetti dell’Immortalità.

Nella sfera umana caduta essi entravano,
i volti ancora soffusi della gloria dell’Immortale,
le voci ancora in comunione coi pensieri di Dio,
i corpi magnificati dalla luce dello spirito,
portando la parola magica, il fuoco mistico,
portando la coppa dionisiaca della gioia,
Continua...
IL SEGRETO DELLE STELLE CADENTI
IL SEGRETO DELLE STELLE CADENTI

di Maurizio Di Gregorio

Tutti cerchiamo qualcosa. Se lo cerchiamo nel mondo materiale pensiamo di trovarlo all’esterno di noi stessi. Se lo cerchiamo nel mondo spirituale siamo portati a credere di poterlo trovare all’interno di noi. Una massima dice: la risposta è dentro di te. Una battuta invece dice: la risposta è dentro di te, ma è sbagliata. Ambedue le affermazioni sono vere perché si riferiscono a due esseri diversi. Uno vero e l’altro falso. Come si fa a sapere quale é l’Io interiore che contiene tutte le risposte della vita? Dalla felicità. Nel primo caso si sa solo che si è felici, sia pure per un attimo, si è completamente, immensamente e interamente felici e più correttamente si dovrebbe chiamarla beatitudine. Nel secondo caso sappiamo solo, che a dispetto di ogni altra cosa, momentanea soddisfazione o eccitazione, non si è veramente felici. 
Aivanhov, definendo la natura umana, parla della coesistenza di una natura inferiore e di una natura superiore. All’interno di ognuno è una continua lotta tra due esseri (o stati di essere) in competizione che Aivanhov chiama Personalità e Individualità. “Persona “ è la maschera e in ogni incarnazione la maschera è diversa, “Individualità” è l’abitante della maschera, colui che non cambia, il vero Sé divino. La personalità è in parte ancora inesistente nel bambino ma già tracciata, si sviluppa con l’età come la trama di un tessuto e si consuma nella vecchiaia. Il risveglio dell’anima consiste nel riconoscimento del Sé interiore e nell’abbandono momentaneo della maschera della personalità. Ora anche se possiamo capire qualcosa del nostro essere maschera, né la mente, né il cuore né la volontà sono risolutivi.
E questo perché mente cuore e volontà sono una triade che esiste tanto nella natura delle Individualità quanto nella natura della Personalità.
“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto” Quale è, in ogni dato momento, il cuore che chiede, la mente che cerca, la volontà che agisce? La strada dell’evoluzione spirituale, cioè della evoluzione dell’essere allo Spirito, è insidiosa perché ad ogni sviluppo della Individualità segue uno sviluppo della Personalità. Differentemente il discernimento è possibile solo dal punto di vista della Coscienza Superiore che è esattamente ciò che si illumina.
Fuori da questa esperienza si persiste sempre in un tipo di coscienza media, anche se ampliata o sofisticata, una coscienza media perché media in un equilibrio precario le necessità delle due nature....Continua...
I SETTE ASPETTI DELLA NUOVA COSCIENZA
I SETTE ASPETTI DELLA NUOVA COSCIENZA

di Ervin Laszlo

Il grande compito, la grande sfida del nostro tempo è cambiare se stessi.
Questo elenco delle principali caratteristiche della nuova visione, della nuova coscienza, è scritto per stimolare la trasformazione, perché è possibile acquisire una nuova consapevolezza, perché tutti possono evolvere, tante persone l'hanno già fatto ed è diventata una conditio sine qua non della nostra sopravvivenza sulla Terra.
La prima caratteristica è l'olismo, la visione olistica, per contrastare la visione frammentaria, disciplinaria, atomistica, che separa tutto: la mente dalla natura, l'uomo e la società dalla biosfera, e tutti i campi della realtà l'uno dall'altro. La visione olistica è proprio quella comprensione Continua...
I FIGLI DELLA LUCE
I FIGLI DELLA LUCE




 


I Figli della Luce si nutrono di Pace, Libertà, Amore, Giustizia, Grazia, Benevolenza, Comprensione, Compassione, Generosità, Bontà, Luce, Verità, Positività, trasmettendo tutto questo intorno a loro. Le creature che vengono in contatto con i Figli della Luce percepiscono la Positività dell’operato della “Luce Amore” e uno stato di benessere entra in loro. Non sono consapevoli della fonte di questa Positività, ma stanno volentieri in compagnia dei Figli Luce dispensatori d’Amore.
Continua...
UNA SPIRITUALITA' ECOLOGICA
UNA SPIRITUALITA' ECOLOGICA

di Matthew Fox

L’ecologia e la spiritualità sono le due facce della stessa medaglia. La religione deve lasciar andare i dogmi in modo da poter riscoprire la saggezza del mondo.
Come dovrebbe essere una religione ecologica? Negli ultimi 300 anni l’umanità è stata coinvolta in una grande desacralizzazione del pianeta, dell’universo e della propria anima, e questo ha dato origine all’oltraggio ecologico. Saremo capaci di recuperare il senso del sacro?La religione del futuro non sarà una religione in senso stretto del termine, dovrà imparare a lasciare andare la religione. Il Maestro Eckhart, nel quattordicesimo secolo disse, “Prego Dio di liberarmi da Dio”. Per riscoprire la spiritualità, che è il cuore autentico di ogni religione vera e fiorente, dobbiamo liberarci dalla religione. Sembra un paradosso. La spiritualità significa usare il cuore, vivere nel mondo, dialogare con il nostro sé interiore e non semplicemente vivere a un livello organizzativo esterno.
E. F. Schumacher, nel suo profetico modo di scrivere, disse, nell’epilogo di Piccolo è bello, “Dappertutto la gente chiede, ‘Cosa posso fare praticamente?’ La risposta è tanto semplice quanto sconcertante, possiamo, ciascuno di noi, mettere in ordine la nostra casa intima, interiore. Per far questo non troviamo una guida nella scienza o nella tecnologia, poiché i valori sui quali esse si poggiano dipendono sommamente dal fine per il quale sono destinate. Tale guida la si può invece ancora trovare nella tradizionale saggezza dell’umanità”.
Tommaso d’Aquino, nel tredicesimo secolo disse, “Le rivelazioni si trovano in due volumi – la Bibbia e la natura”. Ma la teologia, a partire dal sedicesimo secolo, ha messo troppa enfasi nelle parole della Bibbia, o del Vaticano o dei professori, ha messo tutte le uova nel paniere delle parole, parole umane, e ha dimenticato la seconda fonte della rivelazione, la natura!
Il Maestro Eckhart disse, “Ogni creatura è la parola di Dio e un libro su Dio”. In altre parole, ogni creatura è una Bibbia. Ma come ci avviciniamo alla saggezza biblica, alla saggezza sacra delle creature? Col silenzio. C’è bisogno di un cuore silente per ascoltare la saggezza del vento, degli alberi, dell’acqua e della terra. Nella nostra ossessiva cultura verbale, abbiamo perso il senso del silenzio. Schumacher disse, “Siamo ormai troppo intelligenti per sopravvivere senza saggezza”. Continua... 
SULL'ANARCHIA BUDDISTA
SULL'ANARCHIA BUDDISTA di Gary Snyder

Da un punto di vista buddista, l'ignoranza che si proietta nella paura e nel vano appetito impediscono la manifestazione naturale. Storicamente, i filosofi buddisti non hanno saputo analizzare fino a che punto l'ignoranza e la sofferenza erano dovuti o favoriti da fattori sociali, considerando il timore e il desiderio come fatti intrinseci alla condizione umana. Così, la filosofia buddista si interessò principalmente alla teoria della conoscenza e la psicologia fu svantaggiata, per dare più spazio allo studio dei problemi storici e sociologici. Anche il buddismo Mahayana possiede un'ampia visione della salvezza universale, la sua realizzazione effettiva si è concretizzata nello sviluppo di sistemi pratici di meditazione per liberare a una minoranza di individui da blocchi psicologici e condizionamenti culturali. Il buddismo istituzionale è stato chiaramente disposto ad accettare o a ignorare le disuguaglianze e le tirannie sotto il sistema politico che vigeva. È stata come la morte del buddismo, posto che è comunque la morte che riesce a far comprendere il significato della compassione. La saggezza senza compassione non sente dolore.
Continua...
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RIFORME SOCIALI E LEGGE NATURALE DI PROGRESSO
RIFORME SOCIALI E LEGGE NATURALE DI PROGRESSO

di Sri Aurobindo
 
La riforma non una cosa eccellente in sé, come molti intelletti europeizzati immaginano; né è sempre un bene o una sicurezza restare immobili sugli antichi sentieri, come credono ostinatamente gli ortodossi. A volte la riforma è il primo passo verso l’abisso, ma l’immobilità è il modo migliore per ristagnare e andare in putrefazione. Né la moderazione è sempre il consiglio più saggio: la via di mezzo non sempre è dorata. È spesso un eufemismo per la miopia, per una tiepida indifferenza o per una pavida inefficienza. Gli uomini si definiscono moderati, conservatori o estremisti e gestiscono la loro condotta e le loro opinioni in accordo con quella formula. Ci piace pensare per sistemi e partiti e dimentichiamo che la verità è l’unico criterio. I sistemi non sono altro che delle comode casse in cui tenere ordinata la conoscenza, i partiti degli utili macchinari per l’azione combinata; ma li facciamo diventare una scusa per non prenderci il fastidio di pensare.
Si rimane stupefatti davanti alla posizione assunta dagli ortodossi. Si sforzano di deificare ogni cosa che esiste. La società induista ha certe disposizioni e abitudini che sono esclusivamente consuetudinarie. Non c’è alcuna prova che esse esistessero in antichità, né alcuna ragione per cui dovrebbero durare in futuro. Ha altre disposizioni e abitudini che possono essere citate, ma più spesso si tratta dei testi di moderni Smritikara, piuttosto che di Parasara e di Manu. La loro autorità risale agli ultimi cinquecento anni. Non capsico la logica che sostiene che poiché una cosa è durata cinquecento anni, deve perpetuarsi per eoni. Né l’antichità, né la modernità possono essere la prova della verità o la priva dell’utilità. Non tutti i Rishi appartengono al passato; gli Avatar ancora si manifestano; la rivelazione continua ancora. 
  Alcuni sostengono che in ogni caso dobbiamo rispettare Manu e i Purana, o perché sono sacri o perché sono nazionali. Bene, ma se sono sacri, dovete attenervi ad essi nella loro totalità e non apprezzare dei testi isolati, trascurando il corpo della vostra autorità. Non potete prendere a scelta; non potete dire “Questo è sacro e ad esso mi atterrò, quello è meno sacro e lo lascerò perdere.” Quando trattate in questo modo l’autorità sacra, state dimostrando che per voi non ha alcuna sacralità. State facendo un gioco di prestigio con la verità; perché fate finta di consultare Manu, quando realmente state consultando le vostre opinioni, i vostri interessi e o interessi. Ricreare l’intero Manu nella società moderna è come chiedere al Gange di risalire l’Himalaya. Senz’altro Manu è nazionale, ma lo sono anche i sacrifici animali e l’olocausto. Se una cosa è nazionale del passato, non ne consegue necessariamente che deve essere nazionale del futuro. Sciocco non riconoscere che le condizioni sono cambiate. Continua...
A
IL VIRUS SIAMO NOI
IL VIRUS SIAMO NOI
di Paolo Quircio

Chi, tra i lettori di FioriGialli, ha avuto la pazienza e la bontà di leggere alcuni dei miei precedenti articoli, tutti incentrati su temi inerenti lo Yoga e il Vedanta, avrà forse notato che cerco di evitare il più possibile di esprimere opinioni personali; in genere mi attengo agli Shastra, i testi tradizionali, scritti dagli antichi Rishi, e ai loro commentari, scritti da divulgatori ed esegeti più recenti. Oggi, per la prima ed ultima volta, voglio approfittare della piccola  tribuna offertami da Fiori Gialli per fare alcune osservazioni, personali sì, ma comunque legate allo Yoga e alla spiritualità. Il tema, naturalmente, non può che essere quello che è sulle pagine di tutti i giornali e tutti i siti web del mondo, oltre che nella mente di due o tre miliardi di persone chiuse in casa per cercare di limitare il diffondersi del contagio. Tutti conoscono la storia del Re nudo, e qui di re nudi mi pare di vederne diversi.
Sulla nudità dei re della politica, nazionale, europea e mondiale, nutrivamo pochi dubbi anche prima. È interessante notare la corsa allo stato autoritario, giustificato dall’emergenza sanitaria, di molti governanti, da Duterte nelle Filippine, dove l’esercito ha l’ordine di sparare a vista ai contravventori del coprifuoco; a Orbàn in Ungheria, che ha chiesto e ottenuto, da un parlamento servizievole, i pieni poteri; al primo ministro indiano, Modi, che alle 21 ha annunciato il blocco totale di qualsiasi attività,  cominciare dalla 24. Tre ore di preavviso! Col risultato che i milioni di lavoratori che dai piccoli villaggi dell’immenso subcontinente si erano recati nelle smisurate metropoli indiane, si sono trovati, così, di punto in bianco, senza casa, senza lavoro e senza un soldo. Treni e bus bloccati, alcuni, molte migliaia, hanno cominciato a camminare, con bambini e fagotti, verso i villaggi d’origine, distanti anche mille chilometri! L’Europa che si disfa, frontiere chiuse, egoismi nazionali e locali sempre più accesi. Uno spettacolo avvilente.
Un altro re, la cui nudità è apparsa evidente, è la scienza, quella medica in particolare. Che la medicina non fosse una scienza esatta già si sapeva (senza nulla togliere agli immensi progressi fatti negli ultimi decenni e alle tante vite che ha salvato o reso più dignitose), ma vedere il gotha degli scienziati e clinici italiani e non solo, virologi, immunologi, oncologi, infettivologi e altri ‘ologi’, prendersi pubblicamente a pesci in faccia, dandosi dell’incompetente a vicenda, proclamando con straordinaria sicumera delle tesi, per poi, con altrettanta sicumera, dopo pochi giorni affermare tutt’altro. Mentre i medici e gli infermieri in prima linea sgobbavano come matti e molti di loro, purtroppo, hanno anche perso la vita, eroicamente. Disgraziato il popolo che ha bisogno di eroi! Un altro spettacolo avvilente.
Che la statistica non fosse una scienza esatta, malgrado tutti gli sforzi dei suoi addetti per accreditarla come tale, forse alcuni già lo sapevano. Con grafici, algoritmi e tutti gli armamentari informatici di cui dispone oggi, non sembra essere andata oltre il famoso ‘mezzo pollo a testa’ di Trilussa. I dati forniti sono spesso contraddittori già all’origine, a seconda della fonte da cui provengono, e la loro elaborazione risente di interpretazioni (manipolazioni?) quanto mai soggettive. Ognuno dice la sua, creando, invece di chiarezza e sicurezze, dubbi, incertezze, timori. Anche qui rimane difficile non avvilirsi.
Poi, visto che stiamo quasi tutti a casa e molti non hanno granché da fare, si va a ruggire sulla tastiera del computer. Come diceva Umberto Eco: “Internet? Ha dato diritto di parola agli imbecilli: prima parlavano solo al bar e subito venivano messi a tacere". Naturalmente, mi metto automaticamente in questa schiera. Sui cosiddetti social si può leggere di tutto. Così come durante i mondiali di calcio diventiamo tutti commissari tecnici della nazionale, ora siamo tutti esperti di tutto. Chi sostiene una cosa e chi il suo contrario. E come ci si insulta nei commenti! Ci sono i complottisti, gli antivax, i sostenitori della clausura forzata e quelli che pensano che è solo una manovra per prepararci allo Stato di Polizia; c’è chi dice che il virus viene dai pipistrelli e chi dai laboratori cinesi o americani; ma anche qui ci si divide a suon di insulti, perché c’è chi pensa che gli Americani lo abbiano portato a Wuhan durante i giochi militari, e chi dice che è sfuggito accidentalmente dai laboratori dell’OMS, situati proprio a Wuhan. C’è poi chi, tra i complottisti più estremi, o più smaliziati (?), ritiene che tutta questa confusione sia creata ad arte da quell’élite di potere parzialmente o totalmente occulto, quella che gli americani chiamano il ‘deep state’, per far dire ai complottisti delle sciocchezze facili da smontare, affinché si coprano di ridicolo e perdano credibilità. A me pare che il vero ‘deep state’, in italiano  ‘stato profondo’, sia quello simile al coma in cui versa la maggior parte dell’umanità, l’ipnosi di massa da cui non riesce a svegliarsi.Continua...
I MANTRA E IL LORO USO NELLA MEDITAZIONE
I MANTRA E IL LORO USO NELLA MEDITAZIONE

di Paolo Quircio

Prima di parlare dei Mantra, sarà utile, almeno per chi non abbia già almeno un’infarinatura di Yoga e Vedanta, fornire al lettore alcune informazioni utili a capire meglio cos’è un Mantra, come è strutturato, quali sono i tipi di Mantra, perché è così importante e onnipresente nella pratica dello Yoga e che uso ha nella Meditazione.
I Mantra, sotto varie forme, esistono in molte vie spirituali e religiose, si pensi all’Amen o al Kyrie, ma forse solo nelle filosofie spirituali Indiane e negli altri percorsi che provengono da questa parte del mondo, come il Buddhismo o lo Zen, ha assunto una completezza tale da diventare una vera e propria scienza, oltre che una branca del Raja Yoga, il Mantra Yoga, appunto.
Vorrei brevemente sottolineare il fatto che i nomi ‘India’ e ‘Induismo’ sono, in realtà, estranei all’India, essendo stati creati dai primi viaggiatori provenienti dall’Occidente. Essi erano giunti sulle sponde del fiume Indo, che allora si chiamava Sindhu, e che attualmente scorre per quasi tutto il suo corso in Pakistan, pur nascendo nel versante indiano dell’Himalaya. Quindi, tutto ciò che era aldilà del fiume venne chiamato India e, di conseguenza, le genti che lì vivevano, Indiani, e la loro religione, Induismo. In effetti, gli ‘Indiani’ chiamano la loro terra Bharatavarsha, la terra dei discendenti di Bharata, grande re leggendario, e la loro religione Sanatana Dharma, l’antica via.
Antica perché precede la venuta dell’uomo sulla Terra, è sempre esistita, via, perché non ha dogmi, né profeti, né obblighi, ma solo insegnamenti spirituali atti ad elevare gli individui verso la fonte divina originale, quella da cui noi tutti proveniamo e, soprattutto, a condurli fino a Moksha, la liberazione dal ciclo di nascite e morti. Nell’ambito del Sanatana Dharma, esistono sei scuole riconosciute, o meglio, sei Darshana, visioni, punti di vista, perché, anche se realtà, Sat, è e non può essere che una e immutabile, i modi per accostarsi ad essa sono molti, e le Darshana rappresentano i sei principali sistemi epistemologici e gnoseologici.
Le sei Darshana e i Rishi, i saggi veggenti, che le hanno codificate nelle forme che oggi conosciamo, sono: Samkhya, del saggio Kapila; Yoga, messo in forma compiuta da Sri Patanjali nel suo testo ‘Raja Yoga Sutra’; Vaisheshika, esposta dal Rishi Kanada; Nyaya, basata sui Nyaya Sutra di Akshapada Gautama; Purvamimamsa, basata sui Mimamsa Sutra di Jainini, e Uttaramimamsa, meglio noto come Advaita Vedanta, che si fonda sul Brahma Sutra Karika, il commentario dei Brahma Sutra ad opera di Badarayana, e in seguito perfezionata e diffusa dal grande Rishi Adi Shankaracharya. Le due Darshana di cui ci occupiamo sono lo Yoga di Patanjali e l’Advaita Vedanta di Shankara. Continua...
TROVARSI E ARRENDERSI
YAMA E NIYAMA VI

TROVARSI E ARRENDERSI <BR> YAMA E NIYAMA VI
di Paolo Quircio
 
Abbiamo visto in precedenza che nel primo Sutra del Sadhana Pada, il secondo capitolo dell’opera, Patanjali Maharishi spiega che il Kriya Yoga, lo Yoga pratico, si fonda su quelli che verranno poi citati nuovamente nei sutra 43, 44 e 45 come gli ultimi tre Niyama. Abbiamo già parlato di Tapas, gli altri due sono Swadhyaya e Ishvara-pranidhana. Il primo vuol dire ‘studio del sé’, il secondo ‘sottomissione al Divino’.
Prima di affrontare questi due ultimi punti, sarà bene fare un’osservazione: se nel primo capitolo, il Samadhi Pada, Patanjali aveva già spiegato in maniera ampia (sempre compatibilmente con lo stile molto stringato dei Sutra) quali sono gli obiettivi dello Yoga e come raggiungerli, inclusa la distinzione fra i vari tipi di Samadhi e le diverse pratiche spirituali volte al loro conseguimento, perché dà inizio ad un secondo capitolo dedicato proprio alla Sadhana, il percorso spirituale, oltretutto specificando fin dal primo aforisma che questo è lo Yoga dell’azione (Kriya)?
La risposta più plausibile e che la maggior parte dei commentatori dà, è che la prima parte del libro è riservata a coloro che per il loro Karma individuale sono già pronti a quel tipo di cammino. Sono già pronti a intraprendere l’ultima parte della Sadhana, quella che porta direttamente al Samadhi. Parliamo quindi di Jiva che nelle vite precedenti hanno già svolto tutte quelle pratiche purificatorie indispensabili per poter affrontare, come detto, quest’ultima parte di percorso. Patanjali dice: “(L'asamprajnata samadhi può essere posseduto) dalla nascita (da coloro che hanno raggiunto in precedenza) l’assenza di corpo e la fusione con la Prakriti.” Yoga Sutra I, 19.
Ovvero, da coloro che, tramite una Sadhana intensa e prolungata, durata molte vite, hanno raggiunto il punto in cui è sufficiente nascere per completare il percorso che porta al Samadhi. “Per gli altri, l’asamprajnata samadhi è conseguito attraverso la fede, l'energia, la memoria e un'intensa consapevolezza.” Y.S. I, 20. Sono questi gli ingredienti indispensabili perché la Sadhana abbia successo e conduca al Samadhi.  Continua...
SANTOSHA O APPAGAMENTO
- YAMA E NIYAMA VI

SANTOSHA O APPAGAMENTO <br> - YAMA E NIYAMA VI

di Paolo Quircio

“La pratica dell’appagamento conduce ad una felicità estrema”, Yoga Sutra, II, 42.
 Santosha, appagamento, è il secondo Niyama del sistema del Raja Yoga di Patanjali Maharishi. La somiglianza tra questo sutra e l’adagio popolare ‘chi si contenta gode’ non può non saltare agli occhi. Sia l’uno che l’altro sono un evidente inno ad una vita vissuta con semplicità, senza inutili fronzoli, anche se nel sutra troviamo dei punti che lo pongono su un piano assai diverso da quello del proverbio. Credo sia utile sottolinearne due in particolare. Il primo è il concetto di appagamento, Santosha appunto, che non ha quel tocco di supina, paziente remissività, del ‘contentarsi’; esso è piuttosto la conseguenza di un lavoro spirituale già iniziato e che, attraverso la pratica di Santosha, prosegue nel suo percorso di purificazione, di sgrossamento che rende l’aspirante pronto a un ulteriore passo in avanti, lo prepara alle pratiche legate agli altri sei anga del Raja Yoga.
Appagamento vuol dire essere felici con ciò che si ha, ma, soprattutto, essere felici a prescindere da ciò che si ha, perché Santosha ci insegna che la felicità non dipende dal possesso di beni di vario genere. Ci insegna che la felicità è in realtà la nostra vera natura e che soltanto la nostra ignoranza spirituale, Avidya, ci fa credere che essa dipenda invece da agenti esterni. Santosha agisce a monte, perché va a toccare direttamente quello che tutti gli Shastra, i testi sapienziali, riconoscono come causa prima di ogni sofferenza: il desiderio. Nel terzo discorso della Bhagavad Gita, Arjuna chiede: “Dimmi, o Krishna, da che cosa l’uomo è forzatamente spinto, anche contro la sua volontà?” e Krishna risponde: “Dal desiderio (kama) e dalla collera (krodhah): entrambi nati dal Rajas, l’uno colmo di brama e l’altro colmo di odio. Sappi che nel mondo la passione (Rajas) è il nostro avversario. Come il fuoco è oscurato dal fumo, come lo specchio è velato dalla polvere, come il feto è ricoperto dalla placenta, così la saggezza è coperta dal Rajas.”  B.G III, 36-38.
Kama e Krodha sono le due estensioni, le due manifestazioni estreme di Raga e Dvesha, attrazione e repulsione, due dei cinque Klesha, le cinque afflizioni che rendono dolorosa la vita degli umani. Sempre a causa dell’erronea identificazione con il complesso corpo-prana-mente, con quegli attributi fisici e mentali che avvolgono il nostro Atman, la nostra essenza spirituale, divina, e ce lo nascondono, come il fumo nasconde il fuoco. Continua...
SAUCHA O PURIFICAZIONE
- YAMA E NIYAMA V

SAUCHA O PURIFICAZIONE<br>- YAMA E NIYAMA V

di Paolo Quircio

Dopo aver esposto con chiarezza le cinque abitudini e attitudini da evitare affinché la Sadhana possa dare i risultati auspicati, Patanjali Maharishi prosegue il suo percorso didattico spiegando le cinque che invece vanno coltivate e messe in atto, i cinque Niyama. Essi sono: Saucha, Santosha, Tapas, Swadyaya, Ishvara-Pranidhana. Vedremo in seguito il significato di ognuno di essi. Come precedentemente detto riguardo agli Yama, anche i Niyama costituiscono delle regole di comportamento che hanno come effetto la purificazione dell’individuo e lo rendono pronto alla pratica yogica più avanzata.
Forse può essere utile ricordare il senso della parola ‘puro’, soprattutto quando è applicata alla pratica delle discipline spirituali. ‘Puro’ vuol dire non alterato, composto esclusivamente dall’essenza primaria, senza modificazioni né aggiunte. La ricerca della purezza, quindi, è un atto di separazione, di separazione del non essenziale dall’essenziale. Come per rendere pura l’acqua dobbiamo filtrarla ed eliminare tutte le sostanze estranee in essa disciolte, così Yama e Niyama sono i filtri che separano le impurità aggiunte alla nostra essenza divina, operando quindi la separazione dell’Atman dai suoi aggregati limitanti, le Upadhi, il complesso corpo-prana-mente.
Come detto più volte, è un lavoro tutt’altro che facile, ma le alternative sono poche; se lo Yoga non è l’unico modo per arrivare ad un reale sviluppo spirituale, è sicuramente uno dei più efficaci. Per agire avendo in mente il raggiungimento della purezza occorre individuare i fattori inquinanti, prendere coscienza della loro natura intrinsecamente impura, estranea all’essenza primaria, e cominciare a distaccarsene attraverso Viveka, la discriminazione, che ci permette di distinguere tra reale e non-reale, e quindi Vairagya, il distacco, che ci rende testimoni di ciò che accade nel mondo di Prakriti, la natura sensibile, senza prendere parte ad esso, se non per lo stretto indispensabile, e comunque con la consapevolezza di ciò che è. Continua...
APARIGRAHA O LIBERTA' DAL POSSESSO
- YAMA E NIYAMA IV

APARIGRAHA O LIBERTA' DAL POSSESSO <br>- YAMA E NIYAMA IV

di Paolo Quircio
 
Il quinto ed ultimo Yama è Aparigraha. Parigraha vuol dire bramosia, desiderio di possesso, e il prefisso negativo a indica il contrario; quindi mancanza di bramosia e di desiderio di possesso. Abbiamo detto in precedenza che nulla in Patanjali è casuale, né le parole, scelte sempre con grande accuratezza, data anche l’estrema stringatezza del testo, né la collocazione degli argomenti nell’ambito della Scrittura. Gli Yama e i Niyama fanno parte del Sadhana Pada, il secondo capitolo dei Sutra.
Dopo aver descritto, nel primo capitolo, Samadhi Pada, gli obiettivi dello Yoga, nel secondo Patanjali illustra prima gli ostacoli che si frappongono tra l’aspirante e il suo scopo, il Samadhi, l’illuminazione, e quindi i modi per superarli. La Sadhana indicata da Patanjali è un percorso lineare quanto mai logico che l’aspirante segue passo dopo passo, preso per mano dal Maharishi.
Innanzitutto, sutra 1 e 2, ci spiega che il Kriya Yoga, lo Yoga pratico, è composto da purificazione, introspezione e abbandono al Divino, e questo Yoga pratico serve a rendere sempre maggiore la consapevolezza della meta, il Samadhi, e rendere più esili le afflizioni che ne ostacolano il conseguimento. Questa premessa è di fondamentale importanza, soprattutto per quanti ritengano lo Yoga una filosofia e, in quanto tale, soprattutto nel concetto che abbiamo noi Occidentali della filosofia, abbastanza fine a se stessa, un esercizio dialettico e cerebrale staccato dalla vita reale. Il Raja Yoga non è una filosofia, è una straordinaria tecnica di conoscenza di sé, che ci porta sempre più in profondità, fino ad arrivare a conoscere il Sé, il divino che è la nostra vera essenza.  Continua...
YAMA NIYAMA III
YAMA NIYAMA III


di Paolo Quircio

La parola Brahmacharya è composta da Brahman, l’Entità Suprema, e charya, che vuol dire ‘seguire’ e, per estensione, ‘comportamento’, ‘condotta’; quindi Brahmacharya è la condotta che ci porta verso Brahman. Questa parola viene usata in due contesti diversi con connotazioni apparentemente distanti tra loro; è il primo dei quattro Ashrama, le fasi della vita,  ed è il quarto Yama. Come Ashrama indica la parte della vita dedicata all’apprendimento, che va dalla nascita alla giovinezza, età in cui si accede al secondo Ashrama, il Grihasthashrama, la fase in cui si lavora, si mette su famiglia, si partecipa alla vita sociale. Come Yama assume invece generalmente il significato di ‘castità’, ‘astinenza sessuale’. Approfondendo la comprensione di Brahmacharya come Yama, come regola etica e comportamentale, vedremo anche che le due accezioni non sono poi così distanti come appaiono. Infatti l’apprendimento a cui si fa riferimento nel sistema delle Ashrama è principalmente di natura spirituale, ed è quindi una ‘condotta che conduce verso Brahman’.
Credo sia opportuno chiarire innanzitutto che il divieto, o meglio, la limitazione delle pratiche sessuali nello Yoga non ha nulla a che fare col concetto di peccato. Il grande santo bengalese Swami Vivekananda diceva che l’Induismo non riconosce peccatori, riconosce solo individui a diversi livelli di sviluppo. Il termine sanscrito papa, che normalmente viene tradotto con ‘peccato’, in realtà indica ciò che è adharma, ciò che ci ostacola sulla o ci allontana dalla via del perfezionamento, dal raggiungimento di Moksha, la liberazione dal ciclo di nascite e morti. Questo va specificato soprattutto in riferimento all’analogo divieto di compiere ‘atti impuri’ presente nelle religioni di ceppo semitico, tutte e tre orientate verso una decisa sessuofobia, anche se poi i patriarchi dell’Antico Testamento avevano quasi tutti mogli e concubine, e queste ultime avevano anche dato loro numerosi figli.  Continua...

YAMA E NIYAMA 2
YAMA E NIYAMA 2
di Paolo Quircio

Swami Sivananda nel capitolo di Bliss Divine - Il libro della beatitudine divina dedicato alla Verità ci dice: “La verità è la sede di Dio. La verità è Dio. Solo la verità trionfa. La verità è la legge di base della vita. La verità è il mezzo e lo scopo finale.La verità è la legge della libertà, la falsità la legge della schiavitù  e della morte”.
E non potrebbe essere altrimenti, soprattutto se si pensa all’equivalente sanscrito della parola: Satya. La sua radice è Sat, che vuol dire reale, nel senso più profondo del termine. Nel Vedanta si considera reale ciò che lo è da sempre e per sempre, l’Atman, quindi non effimero e transitorio, come il nostro aggregato di corpo fisico, prana e mente, quelli che nello Yoga vengono definiti Upadhi, gli aggregati limitanti.
Che la verità sia una virtù esaltata e lodata in ogni genere di etica è cosa nota e abbastanza naturale, sia nell’etica ‘umana’ che in quella ‘divina’. In quella umana la sincerità propria presume, o quanto meno fa sperare, anche in quella altrui e, di conseguenza, in una correttezza e un’affidabilità delle relazioni interpersonali che sarebbero gravemente minate dalla mancanza di fiducia nel prossimo. Queste le linee generali, dovremmo dire teoriche, perché nella vita quotidiana la menzogna regna sovrana.
Non solo la falsità viene costantemente diffusa e spacciata per verità, ma se ne fa un uso sistematico di manipolazione delle menti altrui. Governanti, finanzieri, pubblicitari, rappresentanti del potere politico ed economico in genere, sono tutte categorie che vivono di fandonie, che basano il loro immenso potere sull’uso sistematico del falso. La divulgazione al pubblico di documenti segreti ha spesso rivelato come gli episodi che hanno causato alcune tra le più grandi tragedie della storia (...), altro non fossero che menzogne appositamente costruite e abilmente diffuse. Naturalmente questo uso continuo del falso non si limita ai cosiddetti ‘poteri forti’; anche nei rapporti interpersonali di lavoro, di amicizia,  spesso anche in quelli familiari, ci si affida con regolarità al falso, si crea una sorta di realtà parallela, completamente avulsa dal vero, dal reale. Continua...
YAMA E NIYAMA
YAMA E NIYAMA

di Paolo Quircio
 
Secondo le teorie cosmogoniche indiane,(...) l’universo che oggi conosciamo ha avuto origine da un’alterazione dei Guna, inerzia, azione e purezza, le tre qualità che caratterizzano ogni aspetto di Prakriti, la Natura. Finché queste qualità sono state in equilibrio tra loro, tutto era stasi, totale immobilità. Dalla loro alterazione l’energia creatrice inizia a manifestarsi in maniera dapprima sottilissima come Shabdabrahma, il suono-non suono,(...); da qui il primo suono percepibile seppure sottilissimo e imbevuto di energia divina: la sacra sillaba OM; e poi, per progressive espansioni e differenziazioni, via via i cinquanta Varna, colori, sfumature,  (...)
Nel suo percorso karmico l’uomo procede, analogamente all’universo, dal grossolano verso il sempre più sottile.Dall’animale all’umano, dall’umano al superumano, dal superumano al divino. (...) Man mano che si procede lungo il percorso involutivo, lungo la lunga strada del ‘ritorno alle origini’, aumenta la consapevolezza del proprio essere divini, e a sua volta questa consapevolezza fa sì che il proprio livello di vibrazione si elevi. In questo percorso lungo e tortuoso, come aiuto (...) le pratiche spirituali sono molto efficaci e, tra queste, lo Yoga (...) penetra nelle profondità della mente umana, ne coglie i punti di forza e i limiti e ci insegna ad usare i primi per superare questi ultimi. Dei quattro percorsi dello Yoga, Karma, Bhakti, Jnana e Raja, quest'ultimo hè in grado di condurci, (...) a comprendere la nostra vera natura ed eliminare le zavorre mentali che ci impediscono di spiccare il volo verso il Divino. Come molti sanno, il Raja Yoga è detto anche Asthanga Yoga, lo Yoga degli otto anga, delle otto parti, perché è composto appunto di otto stadi, ognuno propedeutico al successivo. I primi due anga sono i cinque Yama e i cinque Niyama.  Continua...
FORSE IL SILENZIO ESISTE DAVVERO
FORSE IL SILENZIO ESISTE DAVVERO

di Paolo Quircio

 Una delle tante cose che colpiscono il viaggiatore che si reca in India per la prima volta (ma in realtà anche in quelle successive), è l’attitudine degli Indiani, tutti gli Indiani, ricchi e poveri, colti e illetterati, di pronunciare quelle che alle nostre orecchie suonano come piccole perle di saggezza. Non credo che gli Indiani siano particolarmente più saggi degli altri popoli, ma evidentemente la loro antichissima cultura li ha forniti di un sistema di pensiero diverso dal nostro, con una visione della realtà apparentemente più semplice, in effetti molto profonda.
Molti anni fa mi trovavo in un villaggio dell’India centrale, ospite di un piccolo albergo ricavato da un’ala di un palazzo Moghul quasi in rovina. Mentre aspettavamo che la cena fosse pronta, andò via la luce, cosa assai frequente nell’India rurale di quel periodo. Mohammed, il factotum che gestiva il posto, sembrava quasi contento del piccolo, momentaneo incidente e spiegò, “Nel buio si vedono tante cose”. Sembra una frase banale, e forse lo è, detta tanto per suscitare stupore in chi la ascolta. Ma a ben guardare, soprattutto per chi, come noi, vive in una società ricchissima di stimoli visivi, dalla televisione al computer, dai poster affissi in ogni angolo alle pubblicità martellanti sui giornali e anche sui cellulari, è difficile riposare gli occhi. Per non parlare poi dell’inquinamento luminoso. È ormai impossibile vedere un cielo stellato per chi vive in città. Per vedere la Via Lattea bisogna andare in posti davvero remoti, lontani da centri abitati, e non è stato sempre così. Anche in India, ormai, per vedere il cielo notturno nella sua totalità bisogna recarsi in posti fuori mano.  Continua...
NON E' VER CHE SIA LA MORTE ...
NON E' VER CHE SIA LA MORTE ...

di Paolo Quircio
 
Nel momento in cui un uomo e una donna concepiscono un bambino, i futuri genitori non hanno alcuna idea di come sarà il frutto del loro amore. Maschio o femmina, bello o brutto, intelligente o meno, di buon carattere o scorbutico, fortunato o sfortunato. Hanno una sola certezza: quel bimbo appena concepito e che tra qualche mese vedrà la luce, prima o poi sicuramente morirà. È solo questione di tempo, ma morirà, come sono morti i suoi antenati e come moriranno i suoi genitori. Nulla è più naturalmente correlato alla vita della morte.
Tutto quello che fa parte di Prakriti, la Natura fisica, nasce, cresce, decade e muore. Alberi, piante, insetti, pesci, animali terrestri e esseri umani, tutto nasce, cresce, decade e muore. Ma non solo gli esseri viventi muoiono, anche le stelle, i pianeti, le galassie, in effetti l’intero universo è destinato a morire. Ognuno ha i suoi tempi, dalle ore di una farfalla agli eoni del cosmo, ma il destino è comune a tutto e a tutti. E pur essendo la cosa più naturale del mondo, spesso la morte è un pensiero dominante, vissuto con  angoscia e timore, se non con vero e proprio terrore.  Continua...
DISTACCO, NON ATTACCAMENTO O VAIRAGYA
DISTACCO, NON ATTACCAMENTO O VAIRAGYA

di Paolo Quircio

Nel XV capitolo della Bhagavad Gita Sri Krishna spiega ad Arjuna la struttura del Cosmo, e del microcosmo individuale che lo riflette in maniera speculare, con un’immagine molto bella e poetica, anche se un po’ criptica. L’Universo viene descritto come un albero di pipal. Questo albero, il cui nome scientifico è Ficus religiosa, è molto diffuso in tutta l’India ed è considerato sacro sia dagli Induisti che dai Buddhisti. Gautama Buddha ottenne l’illuminazione mentre meditava seduto sotto a un albero di pipal. Nei testi induisti si narra di molti convegni tenuti dalla Trimurti, Brahma, Vishnu e Siva sotto a un pipal. Il pipal è sacro anche alla dea Lakshmi e le donne indiane a Lei rivolgono le loro preghiere quando desiderano dei figli e non riescono ad averne.

Per questo è comune vedere nei templi dedicati alla dea, di fronte all’altare, un albero di pipal con dei cordoncini rossi legati intorno al tronco o con dei fazzoletti di vari colori, di solito pieni di riso, annodati come fagotti e appesi ai rami; sono sia dei pegni per la richiesta della grazia, sia dei segni di ringraziamento per averla ottenuta. Inoltre, sia le foglie che la corteccia dell’albero di  pipal sono molto usate nella medicina ayurvedica e ad esse si attribuiscono innumerevoli proprietà terapeutiche. Continua...
DHARMA
DHARMA
 
di Paolo Quircio

La Bhagavad Gita, pur essendo uno degli scritti fondamentali della letteratura sacra della tradizione indiana, non è in realtà un testo a sé stante. I suoi settecento distici o sloka fanno parte di un testo ben più ampio, il Mahabharata, la storia della guerra di Kurukshetra. Lo scontro è il culmine di un lungo dissidio tra i  cinque Pandava, figli di Pandu, e i cento Kaurava, figli del fratello cieco di Pandu, Dhritarastra. La guerra si rende inevitabile vista l’indisponibilità dei Kaurava, guidati dal perfido Duryodhana, a restituire ai cugini la parte di regno che legittimamente spetta loro.
Dopo una lunga serie di episodi, l’intero poema consiste di quasi 100.000 sloka ed è considerato uno dei poemi epici più corposi della storia dell’umanità, si arriva quindi alla battaglia. I due eserciti si schierano uno di fronte all’altro e, prima di dare il segnale di inizio, il capo militare dei Pandava, Arjuna chiede al suo auriga Krishna, il dio Krishna, IX Avatar di Vishnu, di condurlo al centro dei due schieramenti, affinché possa vedere bene i nemici con cui sta per combattere. Lì Arjuna vede non solo i cugini, ma anche zii, maestri, parenti e amici.
L’idea della guerra fratricida, dell’eccidio che porterà distruzione e lutti a persone che egli ama e rispetta, lo turba a tal punto che, lasciando cadere il suo arco dalle mani, in preda ad un profondo abbattimento, comunica all’amico  Krishna che non ha nessuna intenzione di dare il via alla battaglia, né di combattere. Piuttosto che uccidere il suo stesso sangue, preferisce essere ucciso senza difendersi o vivere come un mendicante. Vedendo ciò, Krishna, che da amico diventa Maestro e assume la sua veste di Jagadguru, Maestro universale, poiché rivolgendosi ad Arjuna egli parla all’umanità intera, esorta l’amico e ora discepolo a non dimenticare il suo Dharma, il suo dovere, e combattere. Continua...
KARMA DHARMA VAIRAGYA
KARMA  DHARMA VAIRAGYA

di Paolo Quircio 

Nelle filosofie dello Yoga e del Vedanta esistono dei concetti cardine, dei veri e propri perni intorno ai quali ruotano entrambi i sistemi filosofici. Uno di questi è certamente il Samsara, il ciclo di nascite e morti, spesso raffigurato con una ruota, a cui è incatenato il Jiva, l’individuo, composto da Atman, la parte divina, da cui Jivatman, e dalle Upadhi, i cosiddetti attributi limitanti - corpo, prana e mente - con cui il Jiva tende erroneamente ad identificarsi, dimenticando la sua vera essenza, che è divina. Nel mondo di Prakriti, la Natura, ogni cosa, sia essa una cellula, una pianta, un animale, un essere umano o l’intero Universo, nasce, si sviluppa, decade e muore. In questo andamento circolare, la ruota dell’esistenza, la morte non ha nulla di definitivo,  è semplicemente un cambiamento di forma.

Secondo la teoria del Samsara, quando una persona muore, il suo corpo fisico, composto dai cinque elementi, pancha bhuta, terra, acqua, fuoco, aria e etere, agli elementi ritorna. Il corpo astrale, che è composto di mente e prana ed è magazzino di tutte le esperienze accumulate nel corso delle varie vite, le quali contribuiscono a formare il carattere innato nella prossima vita, rimane in attesa per un periodo variabile, quindi torna nel corpo che meglio si adatta alle sue esigenze karmiche, per proseguire il percorso verso la fonte da cui tutti proveniamo, il Brahman, l’anima cosmica che tutto permea e a cui tutto appartiene. Continua...
GLI INSEGNAMENTI DI DATTATREYA
GLI INSEGNAMENTI DI DATTATREYA

di Paolo Quircio

Nell’ultimo periodo della sua incarnazione, quando la sua missione di Avatar stava per concludersi, Krishna impartì all’amico e discepolo Uddhava una serie di insegnamenti. Questi insegnamenti, una sorta di testamento spirituale di Krishna, sono raccolti in una porzione dello Srimad Bhagavatam Maha Purana, un testo molto lungo e complesso che narra la vita di Krishna. Spesso questa porzione viene pubblicata separatamente con il nome di Uddhava Gita.

Nel primo capitolo dell’Uddhava Gita, dal verso 25 in poi, si parla dell’incontro, nel folto di una foresta deserta, del potente re Yadu con un giovanissimo Brahmano solitario, un asceta. Il re, percependo la serenità e la felicità che emanavano dal ragazzo, gli chiese come mai, pur essendo nudo, senza famiglia né proprietà, completamente solo e povero, potesse essere così felice. Gli chiese inoltre da quale Guru avesse imparato tale saggezza. La Gita non ci dice il nome del giovane Brahmano, ma tutti i commentatori sono concordi nel riconoscere in lui Dattatreya, l’Avatar della Trimurti, il Guru degli Avadhuta, i mistici asceti, coloro che si sono ‘scrollati’ di dosso l’io e tutti gli attaccamenti che da esso derivano. Dattatreya rispose che non aveva mai avuto un insegnamento formale, né un Guru in carne e ossa, ma che tutta la sua saggezza gli era derivata semplicemente dall’osservazione di cose, animali e persone: i 24 Guru che sono stati descritti da Swami Sivananda nel capitolo I 24 Maestri di Dattatreya. Continua....
AL SENSO DEL CUORE
AL SENSO DEL CUORE

di Maurizio Di Gregorio
 
In questa Newsletter FioriGialli Dossier di fine ottobre pubblichiamo nuovamente, come dono autunnale, lo splendido articolo di John Lane che forse qualcuno dei visitatori affezionati ricorderà ancora:
 Il Linguaggio dell’Anima è una riflessione profonda su arte, bellezza e bruttezza e indagando sulle ragioni dell’una e dell’altra misura lo stato  morale e spirituale della nostra epoca. Leggiamone alcuni estratti:
 E' tipico della mentalità della nostra epoca non riuscire a concepire bellezza eccetto che in termini di passato, denaro o del lavoro di qualcuno. Non riusciamo a concepirla come l'apparente e visibile segno di una grazia intima e spirituale, non vediamo le gemme ed i fiori di un albero come carattere o ciclo, processo ordinato o reverenza.Nella nostra cultura il generale diniego dello spirito, la morte dell'anima, nome col quale vogliamo fuggire dalla visione interiore di un mondo oltre, è andato così lontano che anche la materia è stata vista come grossolana, assunta a base, e lontano dall'esaltarla, essa è ora abusata e trattata con disprezzo.
Dai suburbi di Dagenham alle periferie di New York, Mexico City o Hannover, un crescente numero di persone adesso vive in un ambiente meno personale e meno interessante  di quello realizzato da qualsiasi  altra civilizzazione del passato. Un numero crescente di persone ora lavora per organizzazioni che ne negano la responsabilità non solo per ciò che loro fanno, ma anche per il tipo o la qualità di ciò che essi fanno. (come disse Ruskin le cosiddette unità di produzione producono ogni cosa eccetto persone). Bruttura e disordine, si potrebbe dire, sono divenuti uno stile di vita e come scriveva D.H. Lawrence negli anni trenta prima che gli effetti disumanizzanti della filosofia meccanicistica cartesiana raggiungessero il loro climax:  E' come se una malinconia lugubre avesse impregnato ogni cosa. Continua...
IL SIMBOLISMO DI DATTATREYA
IL SIMBOLISMO DI DATTATREYA
di Paolo Quircio 
 
L’universo culturale indiano, e quello induista in particolare, hanno un modo di esprimersi, di tramandare le conoscenze e di insegnarle molto diverso da quello occidentale. Nel nostro sistema, di solito, per spiegare qualcosa si enuncia una tesi, la si amplia e si presentano i vari argomenti a sostegno della tesi stessa. Un sistema lineare e molto chiaro, estremamente funzionale sia per le cose pratiche, sia per quelle teoriche, filosofiche.

Il sistema indiano ha invece un approccio dai tempi forse più lunghi, affabulatorio, che la prende da lontano, ma che porta al punto essenziale attraverso racconti e analogie spesso molto pittoreschi e favolistici, apparentemente ingenui, quasi infantili. Ma, a ben guardare, queste favole esotiche sono intessute di simboli di sorprendente profondità. Insegnando per racconti e per simboli, con la stessa storia si possono raggiungere eccellenti risultati pedagogici con ogni tipo di pubblico. I più semplici saranno attratti dalle gesta degli eroi, dai giochi amorosi di Krishna e delle Gopi o dai prodigi operati dai Rishi e dai Deva; il ricercatore che è più avanti nel suo percorso spirituale avrà la capacità di vedere in quei simboli gli insegnamenti profondi delle Scritture; coloro che hanno già raggiunto un livello spirituale ancora più elevato sapranno avanzare ulteriormente, cogliendo in quei racconti e in quella simbologia l’espressione diretta dell’energia divina con cui, tramite il racconto simbolico, si immedesimeranno. Un solo insegnamento, ma dalle mille sfaccettature, valido dalla prima elementare alla laurea, e anche oltre. Continua...
INVECE DEL SUPERMERCATO SPIRITUALE
INVECE DEL SUPERMERCATO SPIRITUALE

di Paolo Quircio

Una caratteristica delle divinità induiste è quella di avere moltissimi nomi. Una serie lunghissima di attributi che descrivono i diversi aspetti propri di ogni divinità. La cosa non dovrebbe sorprendere più di tanto, considerando che in realtà tutte le divinità, a prescindere dalle loro specifiche peculiarità, non sono altro che diversi aspetti dell’unico, eterno, immutabile Brahman, la causa prima del tutto. Si pensi al bellissimo Purna Mantra. Purna vuol dire tutto, intero, completo, assoluto, e il Mantra ci spiega che: “Questo è il Tutto, quello è il Tutto, dal Tutto nasce il Tutto e se dal Tutto si leva il Tutto non rimane che il Tutto”. Sembra quasi una formula matematica! Naturalmente il Tutto è talmente multiforme che può essere definito con una miriade di nomi. Molti di questi si riferiscono ad episodi raccontati nei vari testi sacri.
Esempio, uno dei nomi di Devi, la divinità nel suo aspetto femminile, e in particolare di Durga, considerata nella sua forma più temibile, la spietata distruttrice del male, è Chamunda, colei che ha ucciso i due demoni Chanda e Munda. L’episodio è narrato nel Devi Bhagavatam, uno dei Purana attribuiti al Saggio Vyasa, l’estensore del Mahabharata, detto anche Vedavyasa, poiché ha raggruppato vari testi sparsi e li ha riorganizzati nei quattro Veda fondamentali. Uno dei nomi di Siva è Niilakantha, dalla gola blu, e deriva dall’antichissima storia della zangolatura dell’oceano del latte, quando il gigantesco serpente Vasuki, usato da Deva e Asura per far girare il bastone della zangola, comincia a rilasciare un terribile veleno che rischia di intossicare l’intero universo. Spaventati, i Deva invocano l’aiuto di Mahadeva, il grande dio, altro nome di Siva, il quale prontamente accorre e salva il mondo, bevendo il veleno e trattenendolo nella gola, che diventa blu. Continua...
IL MITO UNA STORIA RACCONTATA DIVERSAMENTE
IL MITO UNA STORIA RACCONTATA DIVERSAMENTE

di Paolo Quircio

Il rapporto che hanno gli uomini con coloro che li hanno preceduti, con i propri antenati, è spesso ambiguo. Per chi considera la storia come qualcosa di lineare, una strada che, seppur irta di difficoltà, conduce nella direzione del progresso, è quasi impossibile non considerarsi, se non il punto di arrivo, almeno uno stadio molto avanzato di un processo di evoluzione iniziato dalle caverne e che, passando per i grattacieli e le navicelle spaziali, ha portato l’umanità a un livello di sviluppo scientifico e tecnologico senza precedenti. In questa visione della storia gli antichi sono di solito considerati dei semi-selvaggi, ignoranti e superstiziosi, sanguinari e crudeli. Salvo poi rimanere attoniti davanti ai mille ‘misteri’ del passato più o meno remoto. Come e perché sono state costruite le piramidi? Come facevano gli Indiani a sapere che la materia è solo una forma più grossolana di energia? E i Dogon come conoscevano l’esistenza di Sirio? Grandi architetti che ammettono che forse oggi nessuno sarebbe in grado di costruire una cattedrale gotica. Per rispondere a questi interrogativi a volte si ricorre anche a soluzioni originali, se non bizzarre, interventi di extraterrestri inclusi.Continua...
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